Recensione
Dandelion Scott Tuma
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ambient folk Voti redazione e staff

Scott Tuma

Dandelion

Digitalis

"Sulle vecchie cartine stradali d'America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie segnate in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell'alba e subito dopo il tramonto - brevi istanti, né giorno né notte - le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu. E' l'ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l'uomo può perdersi".

Le strade blu di cui parlava in un suo vecchio libro William Least Heat Moon, ovvero il tragitto nascosto per addentrarsi dentro l’umore più interno e privato del sogno americano. La provincia fatta di paesini persi nel nulla, di praterie vaste, di motel scalcinati, di polvere e terra e stivali consumati per i troppi kilometri percorsi, alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. Scott Tuma illustra tutto questo, meglio di qualunque didascalia. Un mondo ripiegato su se stesso, ingiallito come una vecchia foto conservata in soffitta, quasi nel tentativo di nascondersi all’attenzione del tempo, che passa e cancella. Memorie, vite, storie.

Era scomparso anche lui, vecchio cowboy sui generis che aveva militato prima nei Souled American e poi nei Boxhead Ensemble, armato di una sei corde in chiave metafisica e di un senso quasi mistico della tradizione americana. Una sorta di country’n ambient aveva segnato i suoi dischi solisti: Hard Again e The River 1 2 3 4. Poi più il nulla per cinque anni. Salvo la riscoperta e il salvataggio dall’oblio ad opera di Brad Rose e di Mike Weiss che esortano l’eroe solitario a ritornare nei ranghi e da qui altri dischi (Not For Nobody), altre collaborazioni (i Good Stuff House, Taradiddle con Mike Weiss), una ritrovata verve artistica, che ci porta al nuovo lavoro: Dandelion.

La musica di Scott Tuma è una vignetta gettata li a mezz’aria. Una parentesi aperta. Un haiku senza risposta. Non siamo distanti dalla pittura ambientale di Richard Skelton, ma la storia degli autori è fondamentale e tanto quest’ultimo è palesemente britannico, tanto Tuma è americano. Frammenti di un country raggomitolato in un attimo, come un carillon rotto e dissepolto dalla sabbia, vengono gettati su una tela che adombra un solido tessuto ambient. Gli arpeggi di chitarra sono cigolii al rallenty, come fotogrammi di un vecchio documentario in bianco e nero. Tutto il disco vive come unicum sonoro, per cui le tracce si suddividono l’una dall’altra più per comodità d’ascolto. Tra queste, si segnalano le più lunghe (Red Roses For Me, Again and Again, Free Dirt, The Roses Are Red), che suonano un po’ come le architravi di questa immaginaria cattedrale, così fragile e sottile, che un soffio di vento sembrerebbe spazzarla via.

(7.5/10)

Scheda: Scott Tuma

Pubblicazione: 03 Maggio 2010

File under: ambient folk

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