Capisci già da poche ma significative note che aria tira in questo sesto disco dei Wovenhand. Il fatto che si torni a registrare nel Colorado - terra natale di Edwards - per allestire un nuovo capitolo di questo grande romanzo (gotico) americano. Lo si fa, tuttavia, tenendo conto del precedente magnifico Ten Stones, pur in assenza di Emil Nikolaisen, chitarrista dei neo-shoegazers Serena Maneesh. La presenza anche in questi brani di una psichedelia modernista (memore dei ’60, eppure più vicina alle interpretazioni di Shiva Burlesque e primi Echo & The Bunnymen) fa però intuire che un anno e mezzo fa assistemmo a una scelta artistica consapevole.
Resta immutata l’intensità di quest’uomo, l’anteporre qualsiasi sovrastruttura a un’urgenza incarnata nel profondo e portata, nel canto espressionista, al massimo grado senza crollare: impresa non da tutti, se si pensa che Eugene è in circolazione da quasi venti anni. Non importa, allora, la “forma sonora” assunta da questo sentire, poiché esso rimane profondo e robusto, che rivisiti un folk inteso come respiro del mondo (Terre Haute guarda all’Europa; Raise Her Hands esorcizza spettri nativi americani); che indaghi l’oscurità con cuore agitato (A Holy Measure) oppure romantico (Singing Grass); che si misuri da maestro con la California di fine anni ’80 (His Rest) e la Liverpool degli albori di quel decennio (Behind Your Breath).
Tra violoncelli e corde per lo più acustiche, anime in transito e miti che trascolorano nel sogno, pare di intuire quasi una versione seppiata dei Grant Lee Buffalo, là dove i Joy Division - parla chiaro l’immensa Truth - hanno preso il posto dei Mott The Hoople. Che addirittura, alla fine della confessione, fa comparire con Denver City un raggio di sole attraverso del solido quanto inatteso country ‘n’ roll. Pochi oggi sanno maneggiare l’America e la sua materialità come Mr. Edwads. Probabilmente nessuno.
(7.5/10)
Scheda: Woven Hand
Pubblicazione: 27 Aprile 2010
File under: american gothic
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