Il fatto è che uno invecchia e pensa di averle sentite tutte (almeno dal punto di vista musicale) e quello che non ha ancora sentito, in fondo, è solo a distanza di un click. Poi arriva una band, che sarà una delle più hyped del momento, ma è comunque cosa che nasce dall'underground più carbonaro, si propone come portavoce di un nuovo modo di intendere il rapporto fra un artista e il proprio pubblico e, insomma, dovrebbe essere ancora in grado di far salivare come il cane di Pavlov anche l'indie snob più elitario. Nonostante questo li avvicini con la corazza di scetticismo temprata da tanti anni di promesse mancate e succede che questa, al primo ascolto, si sbriciola come un cracker, di fronte all’urgenza di tre giovani londinesi, che non saranno certo rivoluzionari, ma in ambito strettamente rock sono la cosa più fresca e svincolata dai cliché che si possa ascoltare a questo punto del 2010.
A proposito di cliché: il primo che viene sovvertito è quello geografico. I Male Bonding sono inglesi ma suonano come un incrocio fra i Nirvana e qualche punk band evoluta di metà anni 80, diciamo i Meat Puppets più funambolici, se avessero gli strumenti che stanno andando a fuoco.
Poi c'è la melodia: aperta, solare, liberatoria. Nascosta sotto chili di lerciume lo-fi. Britannica come il pudding e il tè delle cinque. Ma c'è molto di più: c’è lo shoegaze più dreamy che si scontra con le trame sbilenche dei Trumans Water, c’è il noise più caotico che si coagula in rigide ritmiche post hardcore.
C'è anche un brano acustico, Worst To Come, posto in chiusura dell’album, che dimostra come i tre ragazzotti non si limitino ad assembrare riff, ma scrivano innanzitutto canzoni. Grandi canzoni, per l’esattezza. Nothing Hurts ne contiene 13 per un totale di trenta minuti di eccitazione messa in musica, nessuno dei quali superfluo.
Insomma, per una volta, believe the hype!
(7.5/10)
Scheda: Male Bonding
Pubblicazione: 30 Aprile 2010
File under: Indie Rock, Lo-fi
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