Recensione spot
True Love Cast Out All Evil Okkervil River, Roky Erickson
Cover image
sixties hero Voti redazione e staff

Okkervil River, Roky Erickson

True Love Cast Out All Evil

ANTI-

Bookmark and Share Gallery

Comodo apporre su Roky Erickson l’etichetta di “vittima dell’acido”, tanto quanto lo è sottolinearne lo status di leggenda vivente. Di icona - involontaria, ma tant’è - di un’epoca nella quale la musica la si viveva fino in fondo, nel bene e nel male. Non che, come con tanti altri, la droga non abbia avuto un peso rilevante in una vita sventurata. Però ci son stati i ricoveri in manicomio e c’è stato l’elettroshock; innanzitutto c’è stata l’incapacità da parte di una società ottusa ad accettare il diverso. E allora quanto colpa è degli eccessi e delle cattive frequentazioni e quanta di chi non capisce che il visionario nel baratro guarda anche per noi?

Chiedetelo al Daniel Johnston evocato dalla commovente bassa fedeltà di Devotional Number One e God Is Everywhere, tracce che aprono e chiudono in modo circolare questo lavoro. Il primo in un decennio abbondante per l’ex Thirteenth Floor Elevators, prodotto da Will Sheff (gli Okkervil River eseguono fermi ma discreti) e allestito pescando canzoni negli archivi per distillare una seduta psicanalitica. Mai come in questo caso occorre prestare attenzione alle parole con cui quali l’uomo si racconta senza lesinare in dettagli, aprendosi con un candore da lasciare ammirati a prescindere dall’esito strettamente musicale. Che è rilevante assai, tra i migliori della non ricca produzione solista del texano fatti salvi un paio di numeri fiacchi verso la fine; poco propensa, inoltre, al trascinante rock psichedelico cosparso di estatici bagliori cui il texano ci aveva abituato.

Qui la dimensione è “confessionale”, perciò la musica aiuta a raccontare appoggiandosi al folk, al blues, al country-rock, al gospel. Alla tradizione da cui tutto discende e da dove Roky partì per le sue esplorazioni decenni fa. Radice robusta del capolavoro drammatico Please Judge (una richiesta di perdono in terza persona che finisce dalle parti del primo Micah P. Hinson) e della rabbrividente John Lawman, del profondo brano omonimo e di quella You Got The Silver trasfusa di mestizia che è Ain't Blues Too Sad. Aspettavamo tutti del fragore sonico con i Black Angels, ma l’alieno ci ha fregati ancora. E poi il pazzo sarebbe lui.

(7.3/10)

Pubblicazione: 28 Aprile 2010

File under: sixties hero

| Archivio
Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2010)

Rss
copertina pdf #91