Tim Evans e Jordan Redaelli. Austrialiani di origine, newyorkesi d’adozione, loser per destino. I due arrivano nella Grande Mela, incontrano Daniel Mitha, mettono su i Coconuts, iniziano a fare musica brutta. Difficile definirla diversamente. Del resto anche alla No Quarter mettono le mani avanti e usano tre parole come altrettante stelle polari per coordinare i giudizi: 'ugliness', 'despair', ‘un-marketability'.
Ugliness. C’è qualcosa di dolente, di spastico, di demente nella musica dei tre. Il drumming risente evidentemente degli Animal Collective, ma il generale mid-tempo in cui vivono tutti i brani, non aiuta a gioire, piuttosto fissa tutto in una dimensione intorpidita e asfissiata, che a tratti sembra prodotta da una versione zombi dei Devo. Il basso distorto gioca un’economia fondamentale nel sound e fa rima, per evidenti assonanze oltre che per origini geografiche, con quello cavernicolo che fu dei Birthday Party. Poi ci sono voce e chitarra. Un rantolo elettrificato e ispido quello della sei corde, un filo spinato post-punk che arriva da No New York, dai Mars, dai Teenage Jesus and the Jerks, dai Minimal Man, dai Band Of Susans, in un modo che come meglio non si può dire “is like an opiated Ritchie Valens slow dancing the Dead C”, nell’immortale definizione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never).
Despair. Qui non c’è molta voglia di vivere. Le canzoni hanno titoli come Dark World, Lost Bitches, Dean’s Blues. La voce vive in una perenne eco che arriva diluita nel contiuum spazio-tempo come il rantolo di un milione di depressi che si lamentano da generazioni e generazioni. Qualcuno pensa ai Loop di Robert Hampson è alla loro maniacalità ossessivo-lisergica. Quel qualcuno ha ragione. Il panorama è desolato, l’orizzonte è chiuso, la malia del riverbero è velenosa.
Un-marketability. Il disco d’esordio consta di cinque brani con 7 minuti di durata media. I Coconuts però non hanno l’aria impegnata della band “che sperimenta”. Ai tre, non sembra importare nulla di sperimentare. Di fare pop-music poi non ne parliamo proprio. L’unica traccia che sembra avere una qualche forma pop è When She Smiles, ma più che una pop-song, sembra un immaginario brano saltato fuori dalla collaborazione tra Brian Wilson e tutta la Family di Charles Manson sotto acidi. I Coconuts rischiano di non piacere a nessuno. Troppo poco avant per allettare gli sperimentatori, troppo brutali e gotici per attrarre gli indie kids, troppo poco formalisti e radio friendly per un qualche minimo appeal commerciale. Sono come un vecchio slasher flick di serie B edito in vhs, quando ora abbiamo i super-cinema IMAX 3D.
I Coconuts fanno semplimente musica brutta e non andranno molto lontano da qui. Che il Dio del Rock ce li conservi proprio così, quindi.
(7.5/10)
Scheda: Coconuts
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