La Sera Della Prima
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Genere

drammatico

Durata

131’

Sceneggiatura

Kundo Koyama

Cast

Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki, Ryoko Hirosue, Kimiko Yo, Takashi Sesano

Musica

Joe Hisaishi

Fotografia

Takeshi Hamada

Montaggio

Akimasa Kawashima

Data

18 Aprile 2010

Uscita Film

Aprile 2010

trailer

Departures

Yojiro Takita (Giappone, 2010)

Tokyo. Oggi. Daigo Kobayashi, Masahiro Motoki, suona il violoncello in un’orchestra. Non è poi così sicuro dei suoi mezzi né, tanto meno, di meritarsi l’incarico che ricopre. Improvvisamente l’orchestra è sciolta e tutto deve cambiare per lui. Il violoncello da riconsegnare, la vita dispendiosa della capitale più costosa del mondo da mantenere, una moglie giovane e devota, Ryoko Hirosue, dinanzi alla quale fingere che tutto vada bene. L’uomo decide allora di tornare al paese natale, in un villaggio di campagna, portando con sé la moglie. Il lavoro che fortunosamente lì trova, il tanatoesteta, cambia la sua vita in più modi ricongiungendolo alle sue radici recise e a se stesso.

La strada che porta alla piccola caffetteria dove l’uomo e sua moglie trovano riparo all’arrivo dell’inverno, in fuga dalla città, inizia ben prima di quanto mostrato dal film. Daigo ha un trauma nel suo pregresso che lo ha segnato, uno scisma che lo rende titubante e labile nel piglio. Ripete spesso l’uomo, infatti, che non è sicuro, che non è certo di quanto ha scelto di fare, delle sue azioni. Dinanzi alla vita nel suo scorrere, l’uomo guarda tutto con l’aria persa e instabile, con la trasparenza di chi non si fida dei propri mezzi. Il padre putativo, il suo datore di lavoro, lo straordinario Tsutomu Yamazaki, lo redarguisce e avvia al suo ruolo, insegnandogli la dignità della morte, quindi di ogni vita, compresa quella del suo vero padre.

La parabola di Daigo e il suo incontro con la morte sembrano assemblate ad hoc e senza una fondamentale sincerità di fondo. Il problema è che qui si mescola la saggezza della millenaria tradizione giapponese con stilemi e modi più tipici della rappresentazione occidentale di oggi - l’insostenibile raccordo di sguardo sul soffitto tra il protagonista e la collega, Kimiko Yo - e questo incontro spurio non porta bene all’antico e renda mediocre, ancor di più, il moderno. Quale più perfetta metafora della globalizzazione! Nel raccontare il percorso di formazione del protagonista, la sua evoluzione, il suo sbocciare in fiore come la pianta grassa sul tavolo di Yamazaki il primo giorno di lavoro, è decisamente preferito il soffermarsi sull’ennesima e stantia cronaca dell’abilità, mentale prima che fisica, dell’uomo asiatico, sulla serialità delicata del suo gesto, sul filosofico sentimento dell’attesa e del mutare. Solo lievemente si passa sul trauma dell’individuo – la meravigliosa sequenza del volto paterno sfocato - sul dissidio interiore di Daigo che tutte le metafore dovrebbe sorreggere. E quando accade subito la traiettoria è corretta, ricalibrata la portata del mostrato – la vana sequenza del volto del paterno messo a fuoco- di modo da esser certi che il messaggio sia chiaro e recapitato,ma così da rendere privo di valore il contenuto per una ridondanza di significante.

Il film giunge nelle sale italiane solo ora, dopo aver vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 2009 ed essere passato in anteprima sugli schermi del Far East Festival di Pordenone nel 2009. Proprio dal Friuli giunge, infatti, questa distribuzione: la Tucker Film – dal nome delle auto costruite da Jeff Bridges in quel bel film di Coppola dell’88 – è filiazione diretta tra Cinemazero di Pordenone e il Centro espressioni cinematografiche di Udine.

Simbolico è il fatto che Departures (Okuribito, 2008) abbia fatto strage di cuore tra i membri dell’Academy, quelli che l’hanno preferito a Valzer con Bashir (Waltz with Bashir, Ari Folman, 2008): questo film infatti è un eccellente esempio di cinema asiatico ad usum americanorum. Senza dubbio non si deve banalizzare e ridurre a un unico modus operandi tutto il cinema proveniente da quelle zone del mondo ma, forse, può risultare illuminante la notizia che il prolifico Takita, molto attivo sia in televisione che al cinema con ampie e discutibili acrobazie tra i generi, abbia confezionato, dopo il film qui analizzato, la riduzione per lo schermo (Tsurikichi, 2009) delle avventure dell’anime Sampei (Tsurikichi Sampei, 1980) di Takao Yaguchi.

copertina pdf #91