La Sera Della Prima
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Genere

drammatico

Durata

110\\\'

Sceneggiatura

Ferzan Özpetek, Ivan Cotroneo

Cast

Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Lunetta Savino, Ennio Fantastichini, Ilaria Occhini, Elena Sofia Ricci, Nicole Grimaudo

Musica

Pasquale Catalano

Fotografia

Maurizio Calvesi

Montaggio

Patrizio Marone

Data

15 Aprile 2010

Uscita Film

Marzo 2010

trailer

Mine Vaganti

Ferzan Ozpetek (Italia, 2010)

Lecce. Oggi. La famiglia Cantone, nonna, padre, madre, zia, due figli maschi e una femmina, si ricompone per l’arrivo del figlio minore Tommaso, Riccardo Scamarcio, da Roma dove studia Lettere e non Economia, come tutti a casa pensano. Più di uno è il segreto, infatti, che il giovane porta dentro di sé e questo viaggio in Puglia, questo ritorno a casa, farà deflagrare ogni silenzio con grande e colorato clamore.

Ferzan Ozpetek racconta una famiglia borghese pugliese di provenienza agricola, racconta quel esempio di condizione familiare per il quale tutte le speranze e i sacrifici dei genitori sono spesi per i figli, cercando nei loro successi e nella loro affermazione una ricompensa alla “schiena spezzata” e alle “mani aperte” dalla fatica. Anche in modo castrante, però. Non tutto, infatti, è come sembra. Non tutto va come vorrebbe il padre retrogrado Vincenzo, Ennio Fantastichini, al quale tocca l’onta peggiore, la pena massima per i vicoli del meraviglioso borgo salentino. Il figlio maggiore Antonio, Alessandro Preziosi, il delfino, è omosessuale. E, giunto a trent’anni, non riesce più a nasconderlo.

Da qui si parte. Da un tradimento. Da una rimozione del padre effettuata da chi non credevi. Da un affrancamento dai vincoli imposti dallo stampo patriarcale della famiglia pugliese dove “meglio morto che finocchio”. Fin qui tutto bene, come diceva qualcuno in quell’ epocale film di Mathieu Kassovitz. Fin qui il film pare reggere ed è interessante, malgrado Ferzan Ozpetek. Confesso di non amare questo regista ma di considerare Le fate ignoranti (2001), un film straordinariamente bello e importante e di avere renitenza per tutto ciò che è da lui giunto dopo. Anche qui girotondi di travelling su commensali che mangiano e bevono, ridono e piangono; anche qui caratteri tracciati con il carboncino piuttosto che con l’acquerello; anche qui luoghi comuni stereotipici a profusione e dialoghi vacui e vani.

Tommaso, “tradito” dal fratello, si trova definitivamente chiuso in un mondo dal quale voleva scappare, impossibilitato a uccidere il padre perché già il fratello l’ha mandato all’ospedale. Da qui la confusione. Il film si scioglie sul doppio binario del dovere familiare e dell’affermazione del sé oltre ogni vincolo imposto ma non riesce ad affermare una certezza in nessuno dei due casi, su nessuna delle due direzioni. Molta confusione, altro tratto tipico del regista, si sparge tra colori e gridolini, tra ricordi e volontà, tra ruoli socialmente imposti e vincolo del sangue. Si aggiunge, poi, a suggellare tanto polverone lo sguardo. La potenza dell’istanza di visione che Scamarcio impone su Marco, Carmine Recano, e su Alba, Nicole Grimaudo, prima singolarmente e poi quando i due sono uniti in abbraccio non è che un gesto muto, una macchina celibe per la quale, nelle intenzioni del regista, dovremmo cogliere l’indeterminatezza della declinazione amorosa, la potenza non canalizzabile tassonomicamente del Sentimento ma, in tanto guazzabuglio emotivo, si fa dura compiere questo movimento.

Nella Puglia della migliore Film Commission di sempre, nella Puglia di Vendola modernamente illuminato e omosessuale, nella Lecce “Bologna del Sud”, Ozpetek realizza l’ennesimo e inutile “film frocio”. Preferisce stare alla macchietta del “diverso” alla Ranieri/ Pozzetto ne La patata bollente (Steno, 1979), piuttosto che cercare di realizzare un cinema omosessuale italiano maturo e culturalmente valido. In questo sta tutta la critica nei confronti di questo film anche ben girato e fotografato ma oltremodo provinciale e non nel senso ammiccato da Ozpetek di una Lecce lontana provincia della Roma testacciana dove la parola omosessuale non è dicibile a tavola ma nel senso della commedia all’italiana di più basso lignaggio e valore. Peccato.

copertina pdf #91