Recensione
Cover image
Genere

post-punk-funk

Data di uscita

Aprile 2010

Pubblicazione

12 Aprile 2010

Mi Ami

Steal Your Face

Thrill Jockey

Dopo l’ottimo Watersports e il mini Cut Men, è Steal Your Face, di nuovo sulla prestigiosa Thrill Jockey, a segnare il ritorno lungo dei Mi Ami. Ed è un ritorno, è bene dirlo subito, che estremizza se possibile la già ostica proposta portata avanti da quando Daniel Martin-McCormick (chitarra, voce), Jacob Long (basso) e Damon Palermo (batteria) risorsero dalle ceneri dei Black Eyes. Spigolosi e ruvidi, post-punk al midollo nel piegare il funk alla paranoia bianca e suburbana tipica dei punk, i tre sono ormai maestri riconosciuti e maturi nell’aprire ad un immaginario sfaccettato, trasfigurato e sempre disturbante come l’eloquente immagine di copertina.

È sempre un suono nervoso e teso, quello dei Mi Ami. Sul filo del rasoio, perennemente in tensione tra immaginario e reminiscenze black (il dub, il tribalismo, l’afro-beat) e prassi bianca (la deframmentazione etimologicamente punk della sintassi rock), la musica dei californiani è world music nella sua accezione più ampia e totalizzante possibile. L’unica concepibile oggigiorno, dopotutto. Isterico e schizzato (l’opener Harmonics (Genius Of Love)), acido e ossessionante (una Dreamers PILianamente da incubo), percussivo e incontrollabile (Secrets), furibondo e corrosivo (la chitarra in overdrive che guida Native American (Born In The USA)), il suono ha ormai raggiunto una invidiabile maturità sia compositiva (rimasticare il post-punk di fine 70s senza sembrarne epigoni fuori tempo massimo) che a livello di resa d’insieme (volutamente pastosa e a grana grossa quanto onnivoro e massimalista è il background della band). Su tutto, però, la voce di Martin-McCormick; uno stiletto che si erge abrasivo sul suono nevrotico dei compagni di sventura e si propone come una sorta di confessione in divenire, seduta psichiatrica a cuore aperto e che segna, per forza di cose, il portato musicale dei tre.

Steal Your Face non è solo una grande conferma, ma la testimonianza della grandezza di una band che nello spazio di un paio d’anni si è ritagliata un posto di prim’ordine nel panorama musicale odierno.

(7.5/10)

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