Recensione
Drumlesson Zwei Christian Prommer
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jazz on electronica Voti redazione e staff

Christian Prommer

Drumlesson Zwei

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A quasi trent'anni dalla sua fase pionieristica, l'electronica è ormai storicizzata e canonizzata. Ha sfornato i suoi capolavori e fissato i suoi standard. E' pronta per entrare nei real book dei jazzisti.

Quello del tedesco Christian Prommer è forse il più riuscito tra i progetti che mettono su disco considerazioni come questa, rileggendo in chiave strumentale-suonata, e appunto jazz, pezzi ormai classici a cavallo tra electro, techno e house. E' un approccio che, lo abbiamo visto, si sta facendo strada, con pari densità teorica, anche nel mondo hip hop (oggetto, per adesso, brani dai corpus di Pete Rock e J Dilla) e che, con molta meno densità teorica e programmaticità, ha portato anche a riletture di pezzi - capolavori pop Duemila, precisiamolo - come Toxic di Britney Spears e Hey Ya! degli Outkast.

Torna quindi Prommer con un secondo capitolo Drumlesson dopo l'ottimo esordio del 2007. La formula non cambia, classici electronici vecchi e nuovi riletti in chiave jazz, e ancora Peter Kruder a co-produrre. Lì i pezzi forti erano Can You Feel It di Larry Heard/Fingers Inc. (la nascita della deep house), Strings of Life di Derrick May (codificazione delle tastiere house dentro un pezzo techno, quando ancora non c'era stata l'elettrolisi a separare i due generi), Nervous Track dei Masters at Work a nome Nuyorican Soul, Trans Europe Express dei nonni Kraftwerk, lo smash hit Around The World dei nuovi stilisti Daft Punk.

Qui i brani scelti sono forse meno universalmente noti, per cui vale la pena di elencare la tracklist per intero: Sandstorms di Carl Craig, Groove La Chord di Aril Brikha, Sleepy Hollow di Stefan Goldmann, Acid Eiffel di Laurent Garnier, Oxygène Part IV di Jean-Michel Jarre, Jaguar di DJ Rolando e Mike "Mad Mike" Banks (in doppia versione), Sueno Latino di Craig e May, High Noon di Kruder & Dorfmeister, Sandcastles di Dennis Ferrer e Jerome Sydenham.

Prommer è bravo a dosare gli elementi, trova il giusto equilibrio tra sottolineatura del tema e spazio lasciato ai musicisti e ai loro soli, tra rispetto del brano e lettura personale. Ma perde un po' di mordente. Forse perché è scemato l'effetto sorpresa (e forse perché alla "seconda botta" si avverte di più il fattore manierismo di un'operazione come la sua), forse perché sono le selezioni stesse ad essere meno efficaci. Sia come sia, rispetto al primo volume la massa sonora è più essenziale e filiforme, più spacey, più elettrica (molte tastiere e anche un minimoog), meno strettamente jazz. Il risultato, per quanto appunto meno intrigante, è comunque sempre godibile. Nota: l'impostazione ritmica di un paio di pezzi, ma soprattutto di Jaguar, ricorda incredibilmente da vicino i King Crimson di Discipline.

(6.9/10)

Pubblicazione: 08 Aprile 2010

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Gabriele Marino
Gabriele Marino (Album 2010)

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