Sedici anni dopo l'originale pubblicazione, vede di nuovo la luce uno dei gioielli minori del post-hc. Definizione quest’ultima da prendere con le molle onde evitare fraintendimenti. I quattro Jawbox – Kim Coletta al basso, l’ex Government Issue J. Robbins alla chitarra, Bill Barbot alla chitarra e Zac Barocas alla batteria – infatti, non fecero mai parte di quel calderone hc al limite del metal che caratterizzò la seconda metà degli anni ’90, ma piuttosto di quella generazione di hc evoluto (dai Nation Of Ulysses ai Fugazi post-In On The Kill Taker) che cominciò a flirtare con il noise-rock, sul versante dei volumi e delle strutture, e con il pop, su quello delle melodie vocali.
A supportare la band nella produzione di questo For Your Own…, fu chiamato Ted Nicely, all’epoca produttore di grido per la scena trasversale che dai Fugazi arrivava fino al noise-rock newyorchese dei Girls Against Boys. E la scelta non fu casuale, visto che con questo album i Jawbox riassumevano il riassumibile e mettevano definitivamente la freccia su generi e sottogeneri allora in voga, uscendosene con un album “classico” di rock insieme potente, melodico, dissonante, abrasivo. D’altronde l’uscita per la major Atlantic e il conseguente “tradimento” della indie per antonomasia Dischord, se da un lato evidenziava la facilità post-Nevermind di raccattare contratti a 6 cifre, dall’altro dava la misura delle potenzialità della band di Washington.
L’incedere convulso e insieme intricato di FF=66 e Chicago Piano, lo stoppato robotico e disilluso di Savory, le melodie post-grunge di Cooling Card, l’indolenza indie di Green Glass, le caleidoscopiche aperture a gomito di Jackpot Plus! stanno lì a dimostrarla. Non è perciò solo per l’ep Savory posto in coda all’album come bonus che For Your Own… va riscoperto, quanto piuttosto per capire da quale calderone presero idealmente le mosse gruppi come, tanto per fare due nomi a caso, At The Drive In o 90 Day Men.
(7.0/10)
Scheda: Jawbox
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