Recensione
The Modern Deep Left Quartet Cobblestone Jazz
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deepminimal / fusion Voti redazione e staff

Cobblestone Jazz

The Modern Deep Left Quartet

!K7

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Il secondo attesissimo album dei canadesi è un passo avanti che li riporta - per certi versi - alle origini. Il trio diventa infatti un quartetto con l'ingresso in formazione di Colin de la Plante aka The Mole, produttore già in quel Modern Deep Left Quartet dalle cui ceneri nacquero i Cobblestone e che dà opportunamente il titolo a questo lavoro.

Cosa cambia rispetto a 23 Seconds? Poco e tanto. Il tocco è quello, globuloso e avvolgente, immediatamente riconoscibile, la cura del dettaglio quasi maniacale, la concentrazione tutta spesa su motivetti essenziali che animano pezzi iterativi e fluttuosi dagli esiti praticamente trancey. Stavolta però gli angoli appaiono smussati, i temi più lineari, la materia più asciutta e compatta, fanno capolino atmosfere che definiremmo addirittura solari, anche se la luce è quella del tramonto (parola chiave ambient house primi Novanta). Il cesello insomma non solo rifinisce ma ammorbidisce le forme. Ed emergono con maggiore chiarezza anche altre sfaccettature delle radici di Jonson & compagni: gli anni Ottanta e la mamma di tutte le forme elettroniche della dance - l'electro - con un uso più marcato della voce, vocoderizzata e inintellegibile, molto Transformers.

Dici electro e l'iniziale Chance Dub è a due passi della cavalcate soft dei Kraftwerk di Tour de France. Fiesta, il pezzo di maggiore impatto, è un riff scuro e potente che ricorda i GusGus di 24/7, nome questo da scomodare anche per la successiva Children, se non altro per quel modo di accumulare tensione senza mai risolverla. Mr. Polite, basso appiccicoso, claphand e vocoder, sembra una versione stilizzata - in silhouette - di certi numeri Daft Punk, e l'ombra dei due francesi, mista a un ricordo come di certi Devo post-Are We Not Men..., si allunga anche sulla successiva Cromagnon Man. Resta il tris di pezzi che riprende le tastiere elettriche e lo spunto fusion di Slap My Back (su 23 Seconds) sviluppandolo con feel latin: Sun Child si mantiene su quello stesso mood jazzy, mentre Chance e soprattutto la conclusvia Midnight Sun - un titolo che è un programma - prendono una piega soft praticamente lounge, perfetti per chill out ibizenchi all'ora del crepuscolo.

Un lavoro conciso che massimizza l'efficacia lavorando su poche idee fatte benissimo, suonate da dio e risolte sempre con stile e classe. Probabilmente è già maniera, ma chi se ne frega.

(7.3/10)

Pubblicazione: 25 Marzo 2010

File under: deepminimal / fusion

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Gabriele Marino
Gabriele Marino (Album 2010)

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