Basta poco perché un disco basato sull’abilità tecnica si trasformi in sfoggio onanismo: da questo punto di vista tra un autocompiaciuto virtuoso del Technics SL-1200 e l’invasato della sei corde alla Steve Vai non v’è alcuna differenza. Idem quando ha la meglio un approccio che saggiamente considera i “mezzi” per quello che concretamente sono. Accade in modo costante in questo nuovo lavoro di Rob Swift, esordio per Ipecac, la cui gestazione è iniziata diciotto mesi prima dell’uscita ufficiale: considerando la sua riconosciuta destrezza (testimoniata - tra numerosissime partecipazioni e onorificenze, apparizioni televisive e in festival jazz - nel 2009 dal DVD As The Technics Spin), Swift si appoggia a una robusta conoscenza della sostanza sonora e ne esce salvo.
Frammentaria com’è tipico e giusto, questa mezz’ora abbondante spazia da fondali orchestrali (Mozart, Bach e Chopin nel background del ragazzo: ascoltare Spartacuts prima di inorridire) a goticismi, da sospensioni stridenti a visioni cinematiche unificate da groove plastici. Roba fina, anche se non si toccano i vertici del giovane DJ Shadow (referente dei passi d’impronta metropolitana) o di certe frange estreme della scena hip-hop. I tre “movimenti” di Lower Level e le due tracce arricchite dal rimare di Breez Evahflowin inducono a riascolti non di mera cortesia, essendo qualsiasi orpello ridotto al minimo se non assente. Fan ed esperti hanno di che apprezzare.
(6.7/10)
Scheda: Rob Swift
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