Consapevole o no - e con tutti i limiti del caso - Matthew Herbert è il Brian Eno della generazione E. Un musicista concettuale che non lascia nulla al caso, un produttore sempre più richiesto, un acuto osservatore della società e soprattutto un artista che ha il coraggio di esplorare i limiti della propria opera. In comune Brian e Matthew hanno anche uno stacanovismo impareggiabile. O meglio, un'autentica scimmia creativa. Sul sito ufficiale s'apprende che il Nostro quest'anno pubblicherà tre album, ultimerà i lavori per Eska, Barbara Panther e il blackissimo elettro funker Rowdy Superstar, curerà il prossimo capitolo della fortunata serie Recomposed e contemporaneamente farà soundtrack, dj set e pure il direttore della premiata Matthew Herbert Big Band.
Non dimentichiamo poi che, parallelamente all'impianto che sta dietro all'Herbert ambient, c'è anche un manifesto al quale il musicista britannico sottostà dal 2005 e che prevede una deontologia precisa: bannati i preset, niente suoni di fabbrica, niente samples di altri artisti e nemmeno synth che suonino di marca. Tutto artigianale e fatto in proprio, ricostruito secondo precise modalità. Con in più la nota politica: la provenienza di ogni strumento - e fonte sonora - deve essere resa pubblica. Di qui la sfida più grande, ovvero la voce: apice di un percorso umano e artistico di un uber musicista da sempre nascosto dietro l'afonia della generazione elettronica.
One One è l'album di canzoni di Matthew. Una collezione di soul song inevitabilmente bianche, umoralmente georeferenziate e venate di jazz. Sofisticate come l'ultimo Eno pop "sul pianeta terra", soul come potrebbero essere le strofe di un Robert Wyatt late nite, magari piazzato in mezzo ai tavoli di un cocktail lounge o perso negli anni '50. Non il Wyatt esistenzialista dunque, piuttosto quello più subliminale, notturno ed efebico, sottilmente mondano come lo sono certe pose memori della dance (via minimalismo). Oppure abilmente berlinese in quel fare asciutto ma pur sempre cool (Milan) e attentissimo al folklore globale (la latinità funk di David Byrne in Dublin).
Non tutti gli episodi spiccano per estro: Herbert non ha le capacità compositive di un Eno (che proprio con il canto forgiò i primi capolavori del postmodernismo pop partendo dalla decadenza glam) e il suo crooning in Berlin non è proprio indimenticabile; e così la scaletta, sul finale, scivola in un sottofondo discreto e impalpabile.
I prossimi due capitoli della trilogia lo vedranno tornare al concretismo a sfondo politico di Plat Du Jour, nel frattempo le basi per un percorso canoro sono state gettate.
(7.0/10)
Scheda: Matthew Herbert
Abbonati al feed di Edoardo Bridda