Recensione
Ten Stones Woven Hand
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american roots-gothic Voti redazione e staff

Woven Hand

Ten Stones

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Metamorfosi nella continuità, la carriera di Eugene Edwards, edificata una canzone dopo l’altra sul costante approfondimento di “massimi sistemi” esistenziali, in lui - uomo di profonda religiosità - ancor più duri da affrontare. La qual cosa non significa che dal punto di vista strettamente musicale non vi siano evoluzioni, né che ogni disco sia copia conforme del precedente. Tutt’altro: come coi romanzieri, è l’opera nel complesso che va considerata, pena la parziale o totale incomprensione. Nello specifico del quinto capitolo a nome Woven Hand, l’Inghilterra dei primissimi ’80 occupa spesso il proscenio, rappresentando il punto di partenza per cospargere la new wave di post psichedelia (i favolosi Shiva Burlesque emergono da Not One Stone e Horsetail; The Beautiful Axeli restituisce i Bunnymen di Crocodiles), oppure per fare cosa unica di gotico europeo e statunitense. Si sferza di calore roots un guscio oscuramente algido, come se Ian Curtis fosse circondato dai Gun Club nel cuore nero pece di un’apocalisse elettroacustica (cos’altro è, sennò, Kingdom Of Ice?).

Quanto il merito sia ascrivibile alla presenza di Emil Nikolaisen - chitarrista degli slavati Serena Maneesh - è arduo dirlo, ma considerando la rilevanza di Edwards pare più verosimile considerare il gesto come ulteriore tassello di una ricerca del sé con pochi eguali contemporanei e, viceversa, innumerevoli predecessori nel passato illustre cui attinge. Ricerca che in altri episodi mantiene come sfondo un West psichico (Iron Feather) e allo stesso tempo materiale (Cohawkin Road), la frontiera da spostare faticosamente ogni giorno una iarda più avanti nell’assoluta ignoranza della meta. Ecco perché, infine, sbucano da sotto la sabbia il blues (un invasato metà Jim Morrison e metà Grant Lee Philips si impossessa di White Knuckle Grip) e l’elegia chiesastica (His Loyal Love poggia rifrazioni shoegaze su una rabbrividente melodia folk).

E’ sempre tradizione, qualsiasi essa sia e quindi anche la più sorprendente: Quiet Nights Of Quiet Stars appartiene a Jobim, tuttavia qui la dici eseguita da dei Black Heart Procession vicini più del solito ai Tuxedomoon. Questa è l’America(na) del fu 16 Horsepower: una matrigna rivelatrice dipinta con toni moderatamente epici e parole di introspettivo, magnetico simbolismo; sono le meditazioni e i tormenti di un individuo che conosce il peccato e intravede nell’Altissimo la redenzione. Un disco splendido come Ten Stones raccoglie dal passato la forza per arrivare a domani, caricando modelli illustri con le proprie aspettative, i dubbi e qualche risposta. Si fa amici degli spettri, e con loro cammina incontro al destino.

(7.8/10)

Scheda: Woven Hand

Pubblicazione: 01 Settembre 2008

File under: american roots-gothic

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2008)

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