Lucidità è la parola giusta per iniziare a parlare di Loophole, quarto disco degli Elton Junk. Sembra che il trio tosco-emiliano abbia finalmente trovato la quadratura tra entusiasmo e consapevolezza, azzeccando un'apertura del ventaglio sonico-stilistico impressionante (un viaggio tra psych e wave passando da scorribande desertiche, escursioni cinematiche e avant-pop) senza mai mollare la barra, senza mai sembrare altro da se stessi. E la scrittura segue nello stesso solco, disimpegnandosi benissimo tra malsana circospezione Black Heart Procession e squilli Calexico (Summer), ballate Eddie Vedder col ruggito in canna (All Along The Horizon), indolenza Tim Buckley in mezzo a narcosi Gun Club (la title track), asprezze teatrali Killing Joke (Police Officer) e frenesie Talking Heads sbilanciate Nick Cave (Lost).
Riescono a sorprendermi non poco con una The Power Of Love melmosa come un Johnny Cash rifatto dal più torvo Mark Lanegan e soprattutto con la conclusiva Del Miele che in qualche modo mette in cortocircuito La Crus e Laurie Anderson. Senza contare la prova di bravura di The Beast Called Rock'n'Roll, spigoli wave, distensione emomelodica e coaguli Stooges celebrando la nostra bestia preferita. Sottolineata con piacere la presenza di Nicola Manzan aka Bologna Violenta al violino, non resta che ribadire: gran bel disco.
(7.4/10)
Scheda: Elton Junk
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