Windy Weber è
la metà femminile del duo Windy & Carl e questo è il suo primo disco
solista. Ad inizio anno, aveva cercato inutilmente di farlo uscire per la
Kranky non riuscendoci. Pare che i signori dell’etichetta chicagoana non
volessero sentirne parlare perché per loro il materiale di I Hate People era troppo dark, in
una maniera “che sarebbe stata
maggiormente apprezzata da fan di Nurse With Wound o robe del genere”. La nostra
Windy si sarebbe così risolta a farlo uscire per due etichette molto più
piccole come Blue Flea e Kenedik riuscendo comunque a piazzare un nuovo disco
di Windy & Carl che infatti uscirà per Kranky il mese prossimo.
L’aneddoto
ci introduce alle caratteristiche di questo disco così particolare meglio di
mille analisi più o meno critiche. Ci dice innanzitutto che la recente ondata
di dischi Kranky sempre più “commerciabili” (Deerhunter, To Kill a Petty
Borgouisie, Benoit Pioulard, Bird Show) ha evidentemente un risvolto di
marketing ben preciso per l’etichetta emblema del post rock che quest’anno compie
15 anni. Dall’altro scopriamo che Windy Weber, ancora nel 2008, con o senza Carl
Hultgren, è capace di elaborare musiche di
una creatività sconcertante.
I Hate
People è un disco che lascia senza fiato per tutta una serie di motivi.
Innanzitutto per la sua copertina, che mostra una giovanissima Windy versione
goth, nella foto del passaporto risalente al 1987, lontanissima anni luce dalla
simpatica signora sorridente che generalmente campeggia nelle foto promozionali
del gruppo madre. Altro motivo per inabissarsi in questo disco è il suo concept
e il suo titolo. Concepito evidentemente in un periodo un po’ nero, I Hate People ha a che fare, per
usare le parole della stessa musicista, con "an island…..a place to
be away from the rest of the world, a place where no one can hurt or betray us.
This record is about that island.” Parole che sembrano il manifesto per una nuova estetica isolazionista.
Diviso in due tracce, Sirens e Destroyed , questo è un disco che fa
dello straniamento e della perdita di orizzonti, la sua ragion d’essere.
Un’isola solitaria dove perdersi per ritrovarsi senza appigli in un gorgo nero.
La prassi è la stessa del gruppo storico, ma inlividita e incattivita come non
mai. Sirens poggia nella prima parte
su un lavoro di chitarra riverberata e un tappeto di droni d’organo che si
incupisce via via che i minuti procedono. Destroyed è ancora più horror. Suddivisa idealmente in tre parti.
Nella prima ci sono un
respiro ansioso, un opprimente incastro di om tibetani, una nenia macabra per
echi di drones perduti nell’etere come fantasmi e la parola “Destroyed”
pronunciata, cantata, parlata in un rantolo circolare infinito. Nel secondo un affanno
noise-industriale opprime tutto come in una pressa metallica. Nella terza il
clangore rumorista si discioglie come neve al sole e non rimangono che tracce
sottopelle di umori e suoni perduti. Il disco esiste in doppia versione.
Quella descritta qui è quella del cd licenziato dalla Blue Flea. La versione in vinile di Kenedik ha un mix e una durata totalmente diversi. La costante è l’opprimente nero che muove la visione musicale solista di Windy Weber come un fondale senza segni, colori, visioni.
(7.7/10)
Scheda: Windy Weber
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