Recensione
Self Titled Victor Démé
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World Voti redazione e staff

Victor Démé

Self Titled

Chapa Blues

Da che siamo stati inondati da dischi che etichettiamo “world music” più per comodità che altro, non abbiamo mai smesso di sorprenderci. Anzi, vacilliamo in preda a capogiri al pensiero di chissà cosa ci stiamo perdendo, magari proprio in questo preciso momento. Non passa infatti mese che non salti fuori una qualche musica per noi “inaudita”, che nel paese d’origine viene probabilmente suonata a ogni angolo di strada. Insomma, tra country e mazurca, la differenza sta nell’egemonia culturale. O, tutt’al più, nel punto d’osservazione. Tutto questo per dire che il buon Démé era per noi un autentico sconosciuto finché questo disco non ha visto la luce in Francia lo scorso marzo. Da lì si è trasformato in un caso di successo, smerciando fino a metà del 2008 qualcosa come 10.000 copie e issandosi per un mese filato in vetta alle classifiche specializzate d’oltralpe.

Esito che ha persuaso l’etichetta - creata appositamente per Victor dalla Makasound col giornalista David Comeillas - alla distribuzione italiana e dunque approfittatene, perché ne vale la pena. Talento di famiglia, quello di Victor, trasmesso dalla madre che soleva cantare ai matrimoni del Burkina Faso, mentre il padre, sarto, gli dona i mezzi per procurarsi il pane quotidiano. E’ proprio alternando l’attività in bottega alle esibizioni nei locali di Abidjan, Costa D’Avorio, che Victor si fa ossa e reputazione nelle glorie locali Super Mandé. Quando a fine ‘80 decide di tornare in patria, è nel pieno della creatività e fa incetta di premi: sembra avere la strada spianata, ma una serie di problemi lo allontana dalle scene.

Tocca attendere il nuovo millennio perché il Nostro - che nel frattempo non ha mai spesso di scrivere né di esibirsi, sebbene con minore frequenza - incontri Comeillas, che lo spedisce in uno studio artigianale a incidere le perle qui racchiuse. Un miscuglio multiforme e cangiante che investe con sarabande tropicali e dipana una peculiare idea di “chanson”; che alterna una delicata ode amorosa alla riflessione sociopolitica; che, ancora non soddisfatto, viaggia da Cuba alla Spagna meridionale e persuade quanto il mondo sia davvero un piccolo villaggio. Fatta eccezione per la coppia di brani tradizionali "mandingo" collocati in chiusura - interessanti, ma corpo estraneo col resto - vi si spalancherà in mano un’ora di musica totale, accesa di pura passione e sincera bellezza. Globale è bello, sì.

(7.4/10)

Scheda: Victor Démé

Pubblicazione: 01 Settembre 2008

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