I Tunng avvistano terra, ovvero proseguono la loro marcia placida e inesorabile verso una forma folk sempre meno -tronica, dalle fattezze frugali in senso talora tradizionale ma col vizio d'una strisciante visionarietà, ottenuta metabolizzando la lezione The Books, vale a dire quel trattare i suoni come applique semantici, inevitabili accidenti di un gesto percettivo/espressivo aperto ai mille stimoli simultanei del quotidiano.
In ragione di ciò, il singolo nonché opening track Hustle t'inganna col suo incedere da ballatina Kings Of Convenience, poi però ti capita una October che placidamente attualizza palpiti Haight-Ashbury, una Santiago di pastelli e strane vibrazioni (vagamente Karate), una By Dusk They Were in the City che fa accomodare i Notwist sulla sedia impagliata (prima di accendere l'amplificatore), una Sashimi che strepita power-pop androide e allibito, una The Roadside che è estasi pastoral-wave dai non meglio definibili corollari psych.
Proprio la capacità di rendere organiche le influenze in un discorso espressivo personale, complesso ma accomodante, è il merito principale della band londinese. Il cui avant folk-pop si propone quale plausibile anzi legittimo punto di riferimento.
(7.2/10)
Scheda: Tunng
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