Ci si addentra nel territorio del nonsense col nuovo di Okapi. Non pago di flirtare con generi (dalla plunderfonia al break-core) e artisti (da Zu a Peter Brotzmann, passando per Damo Suzuki e Mike Patton) tra i più diversi, in Love Him Filippo Paolini in arte Okapi va di apologia dell’inesistente.
Love Him è infatti un doveroso omaggio al fantomatico compositore kirghiso Aldo Kapi in doppio volume vinilico (pubblicano KML e Sonic Belligeranza, produce Scarrymonster, mentre il cd è targato Illegal Art), suddiviso filologicamente in Vol. 1: Recent (1927-1952) e Vol. 2: Early (1914-1926). Tra sampling estremo e gusto per la frammentazione/ricomposizione di input sonori tra i più diversi, Love Him si avvale di una sensibilità – quella di Okapi/Aldo Kapi – fuori dalla norma. Surreale, dada, astratta. In grado cioè di fagocitare contemporanea e easy listening, funk deragliante e ghiribizzi sonici, white noise e plagiarismo oltre che plastici riferimenti al pop più asincrono, al breakcore più gretto, alla plunderphonia più radicale in nome di un djing funambolico e deviato. Ne esce una pastosa musica delle musiche che in un tutt’uno banalmente definiremmo blob metamusicale. Roba che si respira addosso, che si annusa prima di assaggiarsi e rivomitarsi fuori in forse sempre accattivanti, mobili, cangianti.
Certo, le premesse del suono plundephonico al passaggio tra i due millenni erano altre, così il portato militante e di rottura del plagiarismo quando ancora il timore per il saccheggio sonoro era reale (chiedere ai Negativland); ma ad oggi resta questa, forse, l’unica forma di musica in grado di rappresentare l’imbastardimento contemporaneo. E Okapi resta maestro nell’evocare paesaggi sonori strambi e sfaccettati in microsuite intelligibili, oltre che una militanza off, sul crinale tra situazionismo e protesta, che ormai sembra archeologia (post)industriale.
(7.2/10)
Scheda: Okapi
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