Recensione
Romancing The Bone Betzy
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rock Voti redazione e staff

Betzy

Romancing The Bone

Lady Lovely

Fabio Cussigh torna a casa dalla Grande Mela e porta con sé un'idea meravigliosa. Anzi, se preferite, un'amica immaginaria. La chiama Betzy, e coi buoni uffici del producer e musicista Ru Catania diventa un progetto e infine un disco, questo Romancing The Bone che respira la NY respirata. O meglio, è tutto un trasudare - non so se più teatrale o posticcio (forse entrambe le cose) - le suggestioni maturate nei giorni passati a calpestare quegli stessi marciapiedi che un tempo ospitavano i riflessi formidabili e desolati dei cavalieri elettrici d'Albione. Un nome su tutti, e definitivo: Lou Reed quale buco nero estetico, poetico, formale. Qualcosa cui inevitabilmente tendere.

Ne esce così una collezione d'appunti diaristico/letterari al sapor di post-post-glam, d'uno slackerismo ruspante e disinvolto, riconducibile più che al capostipite Beck a certe protervie generose d'un Mark Everett cazzone (sentitevi Suze K). Ma appunto è al Lou di velluto glitterizzato che soprattutto si guarda, come in quella Night Jersey che è una delle milioni di schegge vaganti di Transformer, o come nel malanimo svenevole di Don't Shit On My Rainbow, o ancora nelle fregole mitteleuropee di Goldfinger. Detto che ravvivano il menu certi guizzi Jon Spencer (lo sferragliare bluesy ed i gorgoglii sintetici di Sisters Are Better) ed un vago frikkettonismo Devendra Banhart (l'esotismo fifties di Little Student, il trasporto errebì di Just A Call), resta da capire dove finisca l'atteggiamento e dove inizi la sostanza. E quanto conti questa linea di confine, se conta, se esiste. Presumo di sì. Forse.

(6.7/10)

Scheda: Betzy

Pubblicazione: 04 Marzo 2010

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