Se dovessimo riassumere questo disco ad un amico, gli diremmo che è "Madlib che cerca di fare Sun Ra" e gli metteremmo davanti la foto - sul sito della Now Again - che mostra l'uomo dimagritissimo e con un sorriso stentato, mentre tira fuori dallo zainetto una biografia sugli "anni perduti" di Miles Davis: un uomo sciupato dalle proprie ossessioni.
Slave Riot è un doppio omaggio, tributa i "giovani jazzisti ribelli" per cantare l'anabasi del popolo nero, il popolo degli schiavi (gli ancestors della intro). Per fare questo, prosegue il discorso aperto anni fa con l'interessante A Tribute to Brother Weldon (2004), prendendo come mai di petto il free e l'impro. Ma è un'occasione mancata: il risultato è pretenzioso, irrisolto, perfino noioso, uno dei dischi meno stimolanti prodotti dall'uomo, secondo una logica autoriflessiva e patologica bene espressa in una recente intervista a The Wire: «La musica che faccio deve piacere a me, non agli altri. Perché quello che faccio lo faccio innanzitutto per la mia salute». E' Mad che si mette alla prova, che vuole emulare, vuole riuscire, vuole suonare. Il resto poco gli interessa.
Il crepitio di un vinile introduce e intervalla i brevi frammenti, tutti interrotti bruscamente (per quanto in sfumato), tutti fortemente percussivi e sostanzialmente privi di sviluppo interno. E' Mad che sperimenta, chiuso a riccio per specchiarsi nelle proprie manie (e Sun Ra è una delle più documentate), offrendo all'ascoltatore un pantano di intermezzi messi in fila, accumulativi e caotici. Si salva pochissimo e quello che si salva - merito anche di un Kariem Riggins (o così sembra) seduto dietro i tamburi - esula spesso dal free per riparare in territori più masticati e facili da gestire (latinfunk, spacejazz, bossa). Sul versante propriamente free, ci sono una serie di appunti interessanti, ma più per concessione che per convinzione (le bolle percussive con cambi di accento - molto Atlantis - di The Legend of Mankind, la nebulosa aleatoria di The Wind, quell'incrocio tra gli Art Ensemble più orgiastici e i Talibam! più jazzofili che è la prima parte della title track).
Mad non è ancora così padrone della forma da potersi permettere di aggredirla e sfibrarla e, con la scusa dell'omaggio avant, accampa frattaglie incasinate: ma il free è altro da prendere e fare casino. Mancano del tutto quell'intensità e quella forza visionaria che riescono a trasfigurare il casino in magma sonoro e a creare un senso musicale anche senza musicalità.
(5.8/10)
Scheda: Madlib
Pubblicazione: 28 Febbraio 2010
File under: freejazz / impro
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