Recensione
Wrecking Ball Dead Confederate
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Alternative Voti redazione e staff

Dead Confederate

Wrecking Ball

Razor & Tie

Pare che il grunge sia di nuovo tra noi, o che almeno sgomiti per tornare. I segnali sono ancora timidi ma basta dare uno sguardo alle solite next big things d'oltremanica per rimanere esterrefatti. Mi viene in mente quando, ad un certo punto dei 90s gli inglesi provarono a giocare sul terreno di Soundgarden e Screaming Trees. Ne uscirono fuori i Bush: ovvero il grunge depurato di tutto lo spleen della campagna americana. Oggi nella vecchia Albione i gruppi cresciuti a pane e Nirvana prosperano, ma il massimo che riescono a fare è suonare come una brutta copia dei Foo Fighters. Segno che queste cose è meglio lasciarle fare agli yankees. Soprattutto se vengono da Athens, come la band in questione.

Una provenienza geografica che dovrebbe provocare più di un fremito a chi ha sempre considerato con benevolenza il termine “college rock”. I Dead Confederate suonano proprio come il loro nome lascerebbe intendere: alt.country ad alto voltaggio ed elevata concentrazione emotiva. Wrecking Ball arriva da noi dopo aver mietuto unanimi consensi, proprio nel momento in cui il quintetto, guidato dal biondo Hardy Morris, è in procinto di rientrare in studio. A dispetto dell'età da neodiplomati i cinque l’hanno registrato nel 2008 sotto la supervisione del produttore Mike McCarty (Spoon, Heartless Bastards). La stampa americana ha apprezzato, tanto che per loro c'è già una bella definizione prêt-à-porter che suona più o meno così: "i My Morning Jacket grunge".

In realtà le cose sono un pò più complicate. Ben più di quello che l'opener Heavy Petting lascerebbe intendere con la sua esplosione sabbathiana e il graffiato della voce di Morris. Quando a metà del brano parte una slide languida e voluttuosa, il paesaggio cambia repentino come le foto delle vacanze sullo screen saver di casa. Le note si diradano e il battito rallenta. Azzarderei a parlare di slowcore se non temessi di far loro danno suscitando uno sbadiglio in chi legge. In realtà la loro musica è tutto fuorché noiosa. La tensione è costante, come nella seguente The Rat, su cui incombe una sensazione d’ineludibile minaccia e in cui i DC sfoderano la melodia più southern del lotto. Fra le pieghe dei pezzi più lunghi, poi, si annida lo spirito più intimo dell’album. Su News Underneath gli accordi si susseguono con un ritmo prossimo alla stasi e un canto accorato si eleva come una preghiera pagana. È dopo sette minuti di languide visioni psichedeliche, con l’aria resa irrespirabile dal progressivo elettrificarsi, che si inizia a intravedere il volto tormentato di Cobain.

È solo un attimo, prima che torni la calma, in un alternarsi quiete/tumulto che è il vero trademark della band e che viene portato alle estreme conseguenze nei dodici minuti di Flesh Colored Canvas. Un monolite di dolcezza dai bordi taglienti, in cui il combo sfodera una sensibilità vicina quella dei Drones di Gareth Liddiard. Paragone questo che dalle mie parti suona come il migliore dei viatici e che dovrebbe garantire loro ben più di un attento ascolto.

(7.0/10)

Pubblicazione: 12 Febbraio 2010

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