Dopo il disco a quattro mani con Ludovico Einaudi, Ballaké Sissoko torna ad incrociare la propria kora con un musicista di ferma tradizione europea come il violoncellista francese Vincent Segal, anch'egli abituato a collaborazioni extragenere (Elvis Costello, Cesaria Evora, Carlinhos Brown). I due si sono ritrovati lo scorso maggio a Bamako, in Mali, e nel corso di tre notti hanno registrato queste dieci tracce, sorta di sigillo ad una serie di esibizioni insieme in vari festival qua e là per il globo terrestre.
Diciamolo subito: Chamber Music è un disco imperdibile. Qui Sissoko, griot di tradizione mandinga, non adagia il suono celestiale del suo strumento sulle facilità nymaniane del lavoro con Einaudi perché semplicemente Segal non glielo permette e fa tutt'altro, tanto che solo “Ma-Ma” FC può essere rimandata alla ruffianeria cinematica del pianista nostrano, mentre il resto viaggia su ben altri lidi.
Facendo infatti attenzione il riferimento principale è a certo fingerpicking chitarristico in odore di raga, alla John Fahey per intenderci, ma soprattutto alla Jack Rose. Kora e cello a turno imbastiscono cellule sonore ripetute ad libitum, spesso sottovoce, dalle quali si generano le più molteplici variazioni. Scanalature ritmiche mai troppo forti, bordoni bassi e brevilinei e scorrimenti carsici che emergono improvvisi e potenti da parte di Segal. Lucori assortiti più o meno in filigrana per Sissoko, che dei due lavora maggiormente nella direzione rosiana.
A ciò si aggiungo di volta in volta deviazioni sorprendenti, come quella verso un Bassekou Kouyate quantomai evocativo degli otto splendidi minuti di Houdesti (con ngoni e balafon ad arricchire le dinamiche della coppia di cordosità e acqua), brano che basandosi su un refrain immalinconito tipo folk europeo piacerebbe sicuramente però anche a Matt Elliott. Cosa che vale anche per l'elegiaca Histoire de Molly, dove il cello fa quello che farebbe con la voce un Bonnie "Prince" Billy per caso di passaggio da Bamako. Mentre proprio una voce, della cantante Awa Sangho, viene ospitata in Regret-à Kader Barry, dove è sempre il cello a spuntare con sinuosità da giga irlandese.
Ma elenchi di referenze a parte, quello che più di tutto sorprende di questo disco è la capacità che i due hanno di dialogare tra loro. Sia quando procedono per botta e risposta, sia quando si inoltrano su controcanti coloristici mai banali, sia infine quando giocano a scambiarsi le parti, Sissoko e Segal dimostrano di aver saputo instaurare un vero e proprio discorso musicale che non ammette corto circuiti comunicativi. Un discorso fatto di parole semplici, a volte proprio immediate, da cui però viene spremuta tutta l'essenza, in un incontro che è tanto di tecnica quanto di comunione d'anime e intenti.
(8.0/10)
Scheda: Ballaké Sissoko, Vincent Segal
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