Aveva ogni diritto di commemorare l’amico e “boss” della Factory, Vini Reilly. Senza Wilson, Manchester non sarebbe stata la stessa e idem il suo peso all’interno dell’evoluzione della musica, per non parlare della carriera dello stesso deus ex machina di Durutti Column. Fu Tom a sostenerlo durante la crisi successiva i primi dischi e coglietene il legame nella foto in copertina, dove paiono un McCartney e un Brian Epstein della new wave. Reilly siederà infatti al capezzale del pigmalione ed eccolo, tre anni dopo il tragico evento, allestire una messa laica che alla consueta virtuosa sei corde acustica affianca una strumentazione ricca ma ben gestita.
Vi aleggia uno spettro emotivo confidenziale e umanista che non viene mai meno né soccombe a freddezza, soprattutto lungo i dieci minuti dell’avvolgente e malinconica Chant (prossima a certe cose dei This Mortal Coil meno cupi), nel camerismo crepuscolare di Along Came Poppy e nel flamenco con violoncello - cartolina dalla Penguin Cafe Orchestra - Quatro. Altrove le atmosfere si fanno più elettriche e le trame percussive si ispessiscono (Requiem, Stuki), arrischiando campionamenti di Marvin Gaye su eterei fondali (Brother, The Truth) ed evitando così l’emergere di deleterie mollezze. Tutt’al più si scivola in qualche esercizio di stile, ma è comprensibile data la lunghezza e comunque il risultato finale non ne patisce eccessivamente.
Aggiunto al programma trovate inoltre un dischetto che recupera sei tracce apparse per la prima volta nel 2005 tramite la F4 (cioè “quarta Factory”) via download, Heaven Sent (It Was Called Digital, It Was Heaven Sent), dedicate dal solo Reilly ad altrettante persone. L’ultimo brano s’intitola giustappunto Anthony e chiude il cerchio con adeguata eleganza. Un omaggio riuscito e toccante nonostante le lungaggini, figlie più della voglia di catarsi che di una qualche autoindulgenza. Al cuore, si sa, non si comanda.
(7.0/10)
Scheda: Durutti Column
Pubblicazione: 06 Marzo 2010
File under: old wave
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