Poco da fare: quando scovi una ricca vena aurifera, se possiedi assennatezza e criterio, fai più che bene a scavare e cavarne una gemma dietro l’altra. Così la rifondata Strut che non sbaglia mai un colpo e men che meno allorché indaga il Continente Nero. Pubblicata originariamente nel 2001 dalla piccola Kona di Duncan Brooker (sue le note di copertina, vergate a nuovo per la ristampa) e andata subito esaurita, quest’ora e un quarto di meraviglie catapulta nel cuore dell’Afro-Beat epoca ‘60-‘70, decenni in cui - dopo anni di dominio europeo - in Africa si respirava una crescente coscienza sociale e tanta voglia di autonomia. La ricaduta artistica delle quali fu rileggere con consapevolezza Pan-Africana le sonorità che provenivano dagli Stati Uniti, dai fratelli i cui avi abitavano quella terra stessa.
Ciò spiega l’ampio ventaglio stilistico e interpretativo, inoltre frutto di una serie di viaggi e ricerche sul campo, condotti da Brooker soprattutto in Kenya e Zaire: ipnosi consegnata alla mesmerica Fever (opera dei Jingo: la ricorderete nel film L’ultimo re di Scozia), a un Geraldo Pino in febbri funk-jazz, al travolgente rutilare di ottoni della Mercury Dance Band e alla maratona ribollente inscenata da Dackin Dackino; laddove il lato più “sperimentale” viene approfondito nel rhythm & blues scarnificato dell’Orchestra Lissanga e nel vago sapore rocksteady che trapela nelle trame di Nkansah And Yaanom, nel blues percorso da tentazioni cosmiche (!) a firma Yahoos e nel sensazionale levitare krautedelico dell’anonima traccia bonus, sempre dei Jingo.
Chiusura da pelle d’oca per una fantastica raccolta capace di indicare efficacemente l’influenza esercitata dalla tradizione locale su soul ed errebì e nel frattempo chiarire quanto, nella sua rivisitazione “contaminata”, compaiano James Brown e Can, Talking Heads o Vampire Weekend. Questione di corsi e ricorsi, come pure di magnetismo fisico e visione istintuale.
(8.0/10)
Scheda: AA.VV.
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