Runi, runi on the wall, who’s the craziest of it all? Andiamo di demenza gratuita quando scriviamo dei R.U.N.I. senza poterci astenere. L’equivalente musicale del gonzo-journalism – clownesco all’apparenza, ma sempre terribilmente serio in nuce – mantiene fede alla nomea acquisita anche in RrrrUuuuNnnnIiii, disco che quadruplica le lettere, consolida la formazione a tre – Fabio Bielli (chitarra), Daniele Malavasi (batteria), Roberto Rizzo (voce, tastiere, basso) – e conserva inalterate caratteristiche e peculiarità ben note. Anzi, possibilmente spinge ancor più sull’acceleratore ritmico-krauto, grossa novità del terzo millennio targato R.U.N.I (se di novità si può parlare).
Proprio con un motorik incessante, robotico ed alieno, alla maniera dei Trans AM si apre l’album: L’Uomo Che Morisse Due Volte si inarca per 4 minuti pieni su uno strepitoso beat retrofuturista messo al servizio di un messaggio di denuncia sociale per come la possono intendere i tre, ovvero nonsense di default. Un leitmotiv, quello della spinta ritmica, che ritorna lungo tutto l’album. Pranzo Da Dio (approccio quasi p-funk inacidito), Pitoni A Miami (i Kraftwerk sotto botta in una Tangeri de noantri), Afrofrate Di Fretta (variante etno-kosmische impazzita su tensione alla Massimo Volume), Jesus Christ Sugostar (interplay strumentale da cavalcata senza soste) sono perfetti esempi del muoversi energico e serrato in mezzo al solito marasma da teatrino del surreale cui siamo abituati (e mai paghi).
Ciliegina sulla torta, una splendida e poetica I-205 In Ascona, complice la voce eterea di Mae Starr che normalizza la follia runica verso lidi dreaming mai visti. Chapeau.
(7.2/10)
Scheda: R.U.N.I.
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