La Sera Della Prima
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Genere

drammatico

Durata

153’

Sceneggiatura

Thomas Bidegain, Jacques Audiard

Cast

Tahar Rahim, Miels Arestrump

Musica

Alexandre Desplat

Fotografia

Stephane Fontaine

Montaggio

Juliette Welfling

Data

06 Febbraio 2010

Uscita Film

Febbraio 2010

trailer

Il profeta

Jacques Audiard (Francia, 2010)

La Francia multietnica dell’epoca Sarkozy ha riscoperto – ma l’aveva mai dimenticato poi? – Brecht e si rispecchia nell’ennesimo microcosmo in cui si consuma una perfetta metafora dell’esistenza nell’Esagono. Dopo la terra di confine di Welcome (2009) di Philippe Lioret e La Classe – Entre les murs (2008) di Laurent Cantet, è il turno della metafora carceraria de Il profeta (2009) di Jacques Audiard. Ogni epoca ha il suo muro che sia quello in cartongesso di una scuola, quello d’acqua su cui si scontra l’immigrazione clandestina o le sbarre di una cella. In questi ambienti tutt’altro che asettici si riproducono sotto vetro i meccanismi della vita vera. Ovviamente il risultato risulta perfettamente amplificato ed esasperato, ma è proprio questo riverbero a dare forza all’immaginario cinematografico e di riflesso a quello nazionale. Una cultura ha bisogno di immaginarsi per potersi comprendere a fondo, se non altro per provare ad analizzarsi. Poi certo bisognerà fare attenzione nel distinguere la metafora in senso proprio dallo spaccato di vita, ma qui si rischia di cadere nel fazioso.

Quello di Audiard è un film che riflette sulla Francia di oggi attraverso una nuda rappresentazione della vita carceraria, nel suo nugolo di situazioni tipiche già percorse da un genere tanto fortunato quanto difficile che deve qualcosa a Jean Gabin, a Martin Scorsese ed ovviamente a Jean Pierre Melville. Ma la storia di Malik (Tahar Rahim) – diciannovenne di origini arabe procacemente finito in carcere – percorre in due ore abbondanti di ottima tenitura e ritmo molte situazioni tipiche del noir, del gangster movie, del genere carcerario e del cinema sociale, contenitori da cui attinge a piene mani.

Ne esce un’opera intimistica e sociale che riesce miracolosamente a collegare la discesa orfica del protagonista all’interno di un manuale sociale compilato con mano certosina e puntuale. Stupri nelle docce, corruzione ed omicidi efferati, riti di iniziazione al crimine, secondini corrotti. È l’università della malavita, il corso di formazione che permette di entrare in carcere con un diploma in furtarelli e (forse) uscirne con una laurea in crimine organizzato e un master in omicidio. È un percorso a suo modo darwiniano quello che fa del pesce fuor d’acqua uno squalo, un maggiordomo, un re. E in questo si consuma la vera natura tragica dell’opera, natura che non concede né redenzione alcuna né alcuna strada da percorrere se non quella del sangue e dell’autodistruzione. È un’opera classica, nel senso più stretto del termine. Del resto sappiamo quasi nulla delle colpe di cui si è macchiato il giovane Malik. Sin dalla prima scena lo vediamo all’interno di quell’universo sociale a sé stante che è il carcere. Perché lì – anche se a qualcuno può dare fastidio ammetterlo – si concentra tutto la Francia, naturalizzati e minoranze indipendentiste incluse.

Il profeta è un silente parricidio come da migliore tradizione, con il consueto corredo di incubi e sensi di colpa, politici più che di natura etica. Da figlio(ccio) arabo ed illegittimo dell’imperatore, (il) Cesare corso (Miels Arestrump) Malik approfitterà delle debolezze altrui per poter sottrarsi all’ala paterna e uscire dall’ala del carcere. Ma il mondo esterno riflette quello del penitenziario. I sensi di colpa sono solo quelli delle uccisioni degli altri arabi: lui figlio di un'Europa razziale e razzista, matura inconsciamente l’appartenenza ideologica ai fratelli musulmani che collide formalmente con la fede darwiniana di cui diviene incarnazione. Sopravvivere. Perché il razzismo ormai è solo un pretesto per un classismo radicato nella società francese in cui è la ricchezza a distinguere un francese da uno straniero, non tanto la nazionalità. I kapò pronti ad alternare bastone e carota, insomma, hanno la mano mulatta. I fantasmi sono presenze quotidiane con cui si può colloquiare e non rimorsi: dentro al carcere si materializzano in maniera onirica, all’esterno si istoriano nelle lamiere metallizzate di tre auto dai vetri fumé.

Dinamiche già note ma non per questo meno potenti, cesellate in questo affresco con quell’acume politico che azzera ogni apologo morale o etico. Ecco qui il segreto di un film che si presenta come una storia nella sua interezza e che ti viene sbattuta in faccia con la semplicità ineccepibile ed incontestabile del destino e che come tale non può che concludersi con un finale artificiosamente ottimista. Ma non ci può essere speranza o per lo meno, nell’ottica in cui è costruito ed orchestrato il tutto, è irrilevante. Questa è la vera profezia di cui si fa portatore il film.

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