È inutile prendersi troppo in giro: questo film è da vedere, come un obbligo, un obolo al dispendio di denaro ed energie, profusione di saperi, tecnologie, conoscenze, abilità creative. Avatar dobbiamo vederlo. E confesso che, a volte, sento l’obbligo leggermente invadente: potrò, per esempio, dire che non tutto mi piace? Non essere completamente d’accordo che il cinema sia entrato in una nuova era? Sono convinta, soprattutto, di questo: Avatar è una grande fantasmagoria, una girandola emotiva e fisica di luci e colori, un vero e proprio viaggio allucinante in una sorta di foresta amazzonica dalle straordinarie caratteristiche subacquee, liquide. Cos’ha di nuovo tutto ciò? Le fantasmagorie - ovvero gli spettacoli della lanterna magica - sono vecchi di secoli e, al pari di Avatar, dovevano offrire un insegnamento di natura etica. Solo che la morale veniva mascherata e resa più appetibile da una specie di spettacolo d’attrazione che sfruttava la nostra fisiologica pulsione scopica, il desiderio di riempirsi gli occhi della visione. Non è forse troppo presto per affrettarsi a dire che il cinema non sarà più lo stesso?
Non mi fraintendete: qualcosa di nuovo c’è. Prima di tutto c’è la propensione sempre più forte verso la modalità immersiva del cinema, che passa attraverso un coinvolgimento sinestesico ed è esaltata dal 3-D. Quando Jake Sully proietta se stesso nel suo avatar, è con i sensi che per la prima volta si trova a contatto; si trova, cioè, in una condizione nella quale è costretto a misurarsi con una nuova forma di elaborazione, deve creare nuove alchimie sensoriali e imparare da capo a decifrare gli stimoli del tatto, gusto, olfatto. Penso, per esempio, alla prima sequenza in cui Jack entra nel mondo: la corsa sul prato a piedi nudi è la scoperta del tatto o il morso ad uno sconosciuto frutto esotico (è dolce? aspro?), quella del gusto. Noi, con lui, facciamo la stessa cosa, cercando di sentirci a nostro agio con una percezione tridimensionale in qualche modo diversa da quella abituale. A dir la verità, la decostruzione dell’egemonia dello sguardo a favore di altri sensi, al cinema, era già stata affrontata negli anni Novanta (cfr. L’alieno e il pipistrello di Canova); solo che la tecnologia attuale ci rende questo gioco molto più intrigante e realistico. Soprattutto perché profonda è la capacità che il film ha di offrirci più informazioni, permettendo allo spettatore di andare oltre ad una semplice inferenza in cui si limitava a immaginare (a sentire) un contatto totale con una ‘realtà’ tramite i soli sensi della vista e dell’udito. Con Avatar - seppur siano sempre e solo vista e udito i due sensi coinvolti - la sensazione di ‘sentire’ il film è maggiore. Il fatto, poi, che questa scoperta sia fatta da un individuo in una condizione di paralisi senso motoria è significativo. Come spesso accade in questi casi, infatti, è il mondo ad assumere una sua capacità di movimento che compensa quella fallace o impossibile del protagonista (c’è forse migliore metafora per esprimere quello che è il cinema?).
Tutto su Pandora sembra essere fluttuante, liquido, soggetto ad una stasi apparente, densa di energia mobile: le montagne hallelujah sospese nell’aria, le banshee, creature dotate di ali, i woodsprite, i semi dell’albero degli spiriti, simili a meduse luminescenti. Pandora diventa allora uno state of mind, un luogo utopico, l’altro lato, quello positivo, di Matrix. Ma rispetto a Matrix - capace di divulgare conoscenze filosofiche shakerate in un prodotto di massa - Avatar, furbescamente, cerca il ‘correlativo oggettivo’ (un mondo, una civiltà, creature, flora e fauna) di saperi tecnologici e filosofici, mirando, per lo più, a funzionare come una saga - al pari del Signore degli Anelli o di Star Wars (Guerre Stellari) – come dimostrano compendi, semi-enciclopedie, culti sparsi già ovunque tra la gente e nella rete.
Dovremmo forse interrogarci su cosa davvero voglia dire ‘nuovo’. Certamente la tecnologia digitale sembra essere qui al suo apice e il potere di produrre immaginario è altissima; ma resto sempre perplessa: in Avatar non c’è niente di nuovo. L’eroe, il villain, la filosofia new age e la riflessione sulla tecnologia, il tema ecologico, gli accenni all’attualità geopolitica, non solo rispetto alle tematiche di genere (fantasy e fs) ma anche rispetto allo stesso James Cameron, (tra The Abyss e Aliens): tutto è stato già affrontato. E il sogno di una tecnologia che ‘entra dentro i tuoi sensi’ non c’era già in Strange Days?
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Sembra piovuto dal nulla ma da anni gira nell'underground out-hop USA. A Sufi And A Killer è una rivelazione. Oltre la Warp e l'Anticon, lo yoga e il misticismo, Tom Waits e Flying Lotus...
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