“Io vorrei ucciderlo il Sessantotto / Vorrei ficcargli una pistola in gola / Non era intelletto / è immagine / è composizione di elementi”.
Con i suoi Massimo Volume lancinanti, disperati, cinici, a fare bella mostra tra i tempi dispari di una batteria sfibrata, è l'onomatopeica Tum Tum Pa Tu – Tum Tum Tum Pa il cuore pulsante dell'esordio dei bolognesi The Crazy Crazy World Of Mr. Rubik. Un brano che dà il tono a buona parte del disco, allontanandosi in maniera netta dalla gym lesson in odore di (proto) demenziale che si ascolta nell'iniziale 1st step: The Crazy Crazy Lesson e rivelando la vera natura del gruppo.
Quest'ultima per nulla disposta a sorridere, ma capace di illuderci con quell'innocuo “Crazy World” che fa tanto creatività pirotecnica à la Arthur Brown pur non avendo nulla ha a che vedere con la psichedelia colorata dei Sixties. Si parla di wave virata post punk/jazz/funk, metropoli, urbanizzazione, velocità, riduzione degli spazi fisici, in una Bologna contemporanea fin troppo distaccata e borghese. Un'ideale di integrazione tradito che respira a fatica, magari in spazi di aggregazione sociale come quel Locomotiv Club di via Serlio che con questo disco inaugura una seconda vita da etichetta discografica.
C'è una sorta di antagonismo pragmatico e disilluso nelle nove tracce in scaletta. Qualcosa di difficilmente inquadrabile, lontano dalle scene cittadine e persino dal pilota automatico di alcuni brani posti strategicamente a inizio programma per stimolare un minimo di identificazione eterodiretta (Tic Tic Tac). Un sopravvivere lontano dagli intellettualismi (La miseria non sputa dove non mangia / non sputa e basta), stretto in una realtà da mille euro al mese complessa e già morta in partenza (Pensavo fosse tutto quanto a portata di mano / un puzzle da mettere insieme / impossibile non sbagliare con tutti questi tasselli ). In cui far coesistere i CCCP cubici e inafferrabili di 43.252.003.274.489.856.000 combinazioni! e il folk-blues fuori tema di My Mama Told Me / Yellow House, i droni sacrali e le tastiere Doors di L'ottava rivoluzione silenziosa del lighi gighi gi e il noise azzerato di Te l'aveva già detto ieri Vincenzo Zappa.
Per un disco esistenziale e quindi politico. Oltre che disgregato, come i tempi che l'hanno partorito.
(7.3/10)
Pubblicazione: 25 Febbraio 2010
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