Il problema a monte è parlare di “musica africana” riferendosi a un continente esteso tre volte l'Europa e difficilmente pareggiabile per molteplicità di culture e tradizioni musicali. Come se un americano parlasse di musica europea riferendosi indistintamente a un rebetico greco o a una humppa finlandese. E colpisce che a farlo sia un griot quale Badara Seck, senegalese musicalmente trapiantato in Italia, già collaboratore fra gli altri di Massimo Ranieri, Morgan e Raiz, ora all'esordio con la produzione di Mauro Pagani.
Farafrique potrebbe essere un discreto disco di brani tradizionali kora, percussioni e voce – che voce: fuori dal tempo, spiritata soul senza esserlo, odorante memoria e sangue – se non si fosse pensato bene di infilarci qua e là indigeribili grumi tipo world andata a male di ritmiche elettroniche, tastierame assortito (addirittura un finto flauto di pan in Djamu) e batterie standard ad edulcorare impianti ritmici tanto complessi quanto affascinanti (Visa). Due brani li produce Roberto Vernetti, che tratta la title-track e Mamadou Faye quasi come se fossero due pezzi dei La Crus e il risultato è la più agghiacciante cartolina tipo tramonto africano di synth crepuscolari e fondale di cori watussi.
Meglio il resto, a partire da una Malì Senegal dove Seck incontra lo ngoni e la voce del maliano Baba Sissoko – e allora si sente che la musica africana non esiste se non nella testa di chi la considera una brodaglia esoticamente indistinta – fino ad una Here Nanà in travolgente crescendo rotatorio di kora e battiti. Ma bisognerebbe avere molto più rispetto ed essere molto più rigorosi quando si ha tra le mani un simile patrimonio. Altrimenti è meglio che ognuno stia a casa propria.
(5.0/10)
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