Una vicenda non lunga quella dei fratelli Brewis, però ricca di eventi e dimostrazioni di talento. Due i dischi che - in particolare Tones Of Town - li segnalavano discendenti della stirpe pop britannica di alto lignaggio, che risale agli Albarn e ai Partridge, a Beatles e Zombies. Superlativi per una volta spesi a ragion veduta e in mezzo una pausa necessaria, tre anni spesi a ripensarsi come gruppo e autori, tirando il fiato con progetti paralleli carini ma non destinati a restare. Sospettavi che ci fosse qualcos’altro, un confondere le carte preparando il terzo disco risolutore.
Che affrontano come hanno affrontato il recente passato: a testa alta e mente sgombra, più del solito liberi di infilare se stessi in un cesto (colmo: ben venti) di canzoni. Secondo logica, queste restituiscono l’importanza del momento nell’aspetto misurato tuttavia prezioso, nella loro essenza policroma. Va difatti benissimo allorché - causa la defezione del tastierista Andrew Moore - fanno leva sulle chitarre e asciugano le strutture, ché la sagacia compositiva appartiene a un English Settlement (Choosing Numbers, Curves Of The Needle) corretto da Drums And Wires: ecco una perfetta Clear Water e la meditativa You And I; ecco una Each Time Is A New Time che apre surrealismi blues-rock alla dolcezza e le acrobazie di pieni e vuoti in All You’d Ever Need To Say.
Quanto il passo sia sicuro, però, lo comprovano gli episodi in cui si osa come la sublime title-track, saltellare tra Albi Bianchi e archi, acusticherie e prati estivi; come Precious Plans, profumo di Aztec Camera fanciulli che sostituiscono il santino di Arthur Lee con Brian Wilson; come l’inquietudine notturna che avvolge Lights Up. Ed è solo la punta di un iceberg contro cui siete invitati a naufragare in allegria per centellinare ogni dettaglio. Metamorfosi matura e sublime che rimane modesta solo nel porgersi, degna di artisti che “non furono fatti per questi tempi”.
(7.5/10)
Scheda: Field Music
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