La Sera Della Prima
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Genere

animazione

Durata

97’

Sceneggiatura

Ron Clements, Rob Edwards, Greg Erb, John Musker, Jason Oremland

Cast

Domitilla D’amico, Luca Laurenti, Pino Insegno, Arianno Vignoli, Karima Ammar (voci)

Musica

Randy Newman

Fotografia

.

Montaggio

Jeff Draheim

Data

26 Gennaio 2010

Uscita Film

Dicembre 2009

trailer

La principessa e il ranocchio

Ron Clements, John Musker (USA, 2009)

In epoca di pieno New Deal Obamiano, la principessa è una ragazza indigente di colore che ricorda la protagonista di Imitation Of Life (Lo specchio della vita, Douglas Sirk, 1959). È il ritorno del vintage, l’impero sensoriale del classico. Yes we can. Su note jazzate che flirtano con il fusion partiture swing, le migliori coreografie che ricordano una pubblicità tipo di Carosello, il ritmo degli affetti e della vita in cui ballano a tempo gli esponenti della lowerclass e quelli viziati della upperclass. Giudici di gare perfidi agenti immobiliari, post crisi, che sanno dove speculare costruendo bolle ed incantesimi finanziari. Tiana e il ranocchio Naveen – principe diseredato e dissipatore che ricorda il modello nobiliare dell’odierna classe aristocratica e abbiente – raccolgono l’eredità della tradizione iconografica classica disneyana, e già questa è una notevole concessione per vivere di rendita. È come quando non devi pensare al mutuo sulla casa.

Primo cartoon recente della casa madre ad aver ripristinato i fasti del disegno manuale concedendosi una parentesi meravigliosamente bidimensionale dopo i già mitologici UP (2009) e Wall-e (2008). Paradossalmente caldeggiato dal genio fondatore della Pixar, John Lassenter, che evidentemente fa il suo tributo al maestro Walt Disney, riconoscendone i meriti. La regia è affidata a Ron Clements e John Musker, padri di Aladin (1992) e La Sirenetta (1989), che ricompaiono così come Bianca & Bernie (1977) come reminiscenze in alcuni numeri musicali – si pensi a quello palustre che ricorda per modalità e tema la celebre direzione d’orchestra del granchio Sebastian - degni del miglior Vincent Minnelli: coordinamento di forme, colori, sincronia tra singolo e gruppo. Tutto il corredo di irresistibili e visionarie fantasie, coreografie pittoriche e proiezioni plastiche di umanità tipo e sentimenti morali.

Più che una mossa riparatrice nostalgica, la potenzialità de film sta nel climax attuale, proiettato sul presente, in cui ogni inserto fiabesco più che ad un revival visionario degli anni ’80 è costruito con la certezza che qualcosa – se non nel mostro pensiero politico, almeno nel nostro immaginario – con Barack Obama è davvero cambiato. Quindi nonostante non siano presenti continui riferimenti alla cultura cinematografica d’animazione e non, resta difficile stabilire con certezza quale se il nuovo capitolo Disney risulti più adatto ad un pubblico di bambini, estranei alle allusioni politiche, alle implicazioni culturali, a anche alla complessità musicale di alcune partiture che fuori sala vengono fischiate più da un pubblico adulto. Ad esempio, il numero musicale de I miei amici nell’aldilà è una vera chicca. Ma non per bambini. Nonostante l’alligatore Louis, evidente tributo al genio della tromba Louis Armstrong, sembri la versione squamata del mitico urside Baloo de Il libro della Jungla (1967). Certo, poi il caleidoscopico omaggio alla tradizione viene fatto con gusto, intelligenza ed humor, qualità che non sono mai mancate alle produzioni Disney.

Una New Orleans di fine ‘800 che scandisce la propria esistenza su partiture jazz come risarcimento all’incubo post Katrina e post Bush, il terrore dei Buffalo Soldiers reloaded e le ombre voodoo nero petrolio della guerra preventiva che si muovono minacciose sull’America. Ma soprattutto l’agognata parità sociale e dei sessi, in cui la protagonista ha un sogno in 3D: economico, di genere e razziale, proiettato sempre in una dimensione del riscatto delle quote rosa che ad esempio le permettono di sopportare la viziatissima e biondissima amica Charlotte, probabilmente discendente di chi le catene ai suoi avi le aveva messe davvero. Tiana ha da sempre il sogno di aprire un ristorante in cui servire la mitica zuppa del papà morto in guerra. La banca dei bianchi brutti e cattivi le chiede più soldi. Lei bacia un ranocchio, ma per lei la favola gira al contrario e più che nell’immaginario regno di Maldonia si trova a regnare una palude dove tra bracconieri, spettri voodoo dell’uomo ombra (la versione cartoon di Samuel L. Jackson come hanno già notato in molti) e adorabili vecchine cubane dalla pelle raggrinzita, è sempre l’universo cosmopolita del mondo animale ad esser protagonista.

Residui faustiani ed elementi edipici mescolati nel gran calderone in cui la metafora culinaria mo’ di Barilla alla fine fa la parte del leone. Alla fine quindi c’è casa. L’utopia gastronomica è l’ovvia strada di realizzazione per l’happy end, ricetta della felicità che la casa madre Disney non può non servire a tavola, anche quando – come ormai fa in ogni sua produzione – riflette sulle pagine obbligate e tristi della nostra vita, come la morte. Ma lo fa sempre con un’infinita classe e una disarmante profondità che raramente nel cinema si riscontra. La parentesi della lucciola innamorata di una stella riesce a strappare una lacrimuccia anche ai più coriacei.

La principesse e il ranocchio ha la fascinazione dei giocattoli old style di Fao Schwarz e dei vecchi bottegai, l’arma vincente contro l’ipertecnologia fumettistica di Astro Boy (David Bowers, 2009) della Eagle, che manca completamente il bersaglio non riuscendo ad interessare né alle generazioni cresciute con il fumetto né alle nuove leve per cui il personaggio è un perfetto estraneo. E la sfida è anche vinta con il divertente e citazionistico Piovono Polpette (Phil Lord, 2009) distribuito dalla Sony. Il segreto? Un modo dove fantasia e vita vera, frustrazione e desiderio, superstizione e caparbietà coesistono. L’attuale vestito di vintage, senza ridicoli fardelli gadgettistici e fantascientici. Per chi non vuole smettere di sognare.

copertina pdf #91