Tranquilli, non si tratta dell’ennesima sensazione sulla quale Pitchfork sta per sbavare. Le “navi spaziali” bostoniane sono l’ennesima creatura di Robert Pollard, noto (?) ai più per aver guidato i padrini del low-fi Guided By Voices. Facce conosciute lo affiancano (basti quel Chris Slusarenko da parecchio fidato suo pard) in un’impresa che diremmo seria e anzi la più seria dalla fine dei GBV. Decollata nell’estate 2008, è proseguita con un tour, l’esordio buono Brown Submarine e un paio di 7”.
Il solito profluvio creativo di un artigiano sconclusionato e geniale, brontolerete. Sì e no, perché dopo una replica persuasiva come The Planets Are Blasted, il “difficile terzo disco” edito lo scorso anno e distribuito solo ora nel nostro paese possiede scrittura solida e policroma come non accadeva da anni. Immutato il quadro, dal timbro vocale tra McCartney e Stipe alle canzoni che, come figlie di Television Personalities statunitensi, arrivano da un universo parallelo nel quale il folk-rock dei ’60 s’è fuso con new wave e punk, saltando tutto quanto di deprecabile v’era in mezzo eccetto il power pop meno banale.
Valore superiore alla media e apici assoluti in Radical Amazement e Question Girl All Right, Go Inside e Exploding Anthills; la novità una propensione all’acida acusticheria che in Return To Your Ship e Godless recapita barrettiani gioiellini. Se interessati, sappiate che sono pronti un mini e il quarto 33 giri e oggi che autoprodursi dischi è più facile che mai, chi fermerà Robert? Noi no di certo.
(7.0/10)
Scheda: Boston Spaceships
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