Rue de Grenelle 7, in realtà quartiere latino, nel mondo al vetriolo della Barbery è una ricca via borghese, sponsorizzata Chabrol come da brand nella libreria segreta di Renée. Qui, tra cariatidi con l’Alzheimer, clochard ballerini, borghesi repubblichini, portinaie misantrope ed erudite (Josiane Balasko) può persino arrivare un pensionato giapponese (Togo Igawa) che si costruisce una pagoda dalle porte scorrevoli e dai sanitari che suonano Mozart per coprire gli effetti nefandi della dieta al Wasabi. E come No. E si viene a scoprire che guarda caso il nipponico anziano viene a vivere proprio nel condominio dove c’è una bambina di dodici anni (Garance Le Guillermic) che tra le sue tante velleità parla giapponese manco fosse un agente della CIA sotto copertura, e - Carramba che trasloco! - per pura combinazione anche una portinaia che tra le sue tante passioni segrete coltiva un amore per la cultura giapponese. Che fortunello. Ed è chiaro che ci scappi l’insolito triangolo, la relazione in cui molti hanno visto un richiamo di Harold e Maude di Al Ashby (1971).
Insomma in definitiva, film e libro sono un po’ ruffiani, e si possono concedere vezzi, luoghi comuni, filosofia spicciola da Luciano De Crescenzo, psicanalisi di quel caciarone naif che piace tanto alla setta Crepet e scivolate di dubbio gusto come quella del water che suona Mozart. Perché se lo fa Jerry Calà (ndr. Vado a Vivere da solo di Marco Risi ,1982) si parla di trash, qui – nel calderone di citazioni e rimandi - si parla di antropologia alla Lèvi Strauss magari. Paradossalmente libro e film nella loro rigidissima formalità sono persino postmoderni, se consideriamo la cosa sul campo letterario, sempre che con postmoderno si intenda solamente un affastellarsi di citazioni che a volte diventano delle appendici(ti, e come tali da levare anche a discapito del funzionamento complessivo). Puri ornamenti su cui costruire attorno un’arzigogolata verbosità che rimane nel film conferendo un andamento lento, su tempi (morti) letterari e aperture a stazioni obbligatorie, come se fosse una Via Crucis costruita su due binari, le vite delle due protagoniste. Gli altri sono solo satelliti che popolano l’universo indistinto del condominio, la regia non si preoccupa nemmeno di introdurli o darci spiegazioni. Del resto i punti di vista sono sempre e solo quelli delle due Cenerentole, portati all’estremo con la soggettiva finale della portinaia e con i primi piani della macchina da presa di Paloma.
Personalmente ho sempre odiato il 90% degli attori bambini: Shirley Temple, la piccola bambina rumena di Orphan (Jaume Collet-Serra, 2008), Michael Oliver in La Piccola Peste (Problem Child, Dennis Dugan, 1990), e mettiamoci dentro anche il napoletanissimo Adriano Pantaleo (Gli intoccabili – Ci hai rotto papà, Castellano e Pipolo 1993). Caso a parte per Macaulay Culkin in Mamma ho perso l’aereo (Home Alone, Chris Columbus, 1990). Della lista nera, tolto l’odio per il peldicarota di Dugan che aveva una faccia da spaccare a sprangate sugli incisivi, e Pantaleo che sembrava uno scugnizzo con precoci problemi di tossicodipendenza, gli altri soffrono di una forma affine a quella che è stata definita come sindrome di Dawson Leery. Adulti che giocano a fare i bambini. L’esatto opposto dello stereotipo reso immortale dalla spocchiosa «Sono il re della casa» (ndr. Home Alone). Solo che se il Marzullo del Massachusetts interpretato da James Van Der Beek e compagni se non altro si ostinavano a recitare la parte di eterni teen, qui abbiamo dei vecchi che si travestono da bambini per recitare la parte dei vecchi. Nel libro Paloma (Garance Le Guillermic) è la figlia di una coppia borghese. Saputella e grafomane, se non altro si sforza di vivisezionare il mondo alla ricerca della bellezza e del buono. Nel film la bambina non scrive, se non sui muri, ma si dedica ad un videoreportage che sa del peggior Erik Gandini alla ricerca dello scabroso nel mondo borghese. Mettiamoci che si veste come un mimo francese senza cerone, che assomiglia a Wim Wenders e si esprime come il Marzullo dei tempi peggiori, e il cerchio si chiude. Forse lei il buono non lo riesce proprio a vedere, del resto proprio quando con la sua videocamera veste i panni dell’indagatrice morale, deve togliersi gli occhiali. Sarà che nelle favole con piccoli principini l’essenziale è invisibile aglio occhi e quindi tanto vale, però l’immagine anche con la videocamera è sempre sgranata.
Ci dovrebbero essere una regola capitale nell’avvicinarsi al cinema: mai andare a vedere la riduzione di un libro che vi è piaciuto. Mai. Tanto più se si tratta di un film francese. Dopo 600.000 copie vendute, la trasposizione al cinema del romanzo era ovvia. La lettura de L’eleganza del Riccio, il comunque sopravvalutato bestseller di Muriel Barbery, aveva suscitato in me le stesse sensazioni che mi dà un libro di Fabio Volo. All’inizio lo evito come un monatto. Poi qualcosa mi stuzzica, o forse semplicemente sono un’ottima vittima da centro commerciale. Cedo. Mi piace incredibilmente. Mi rendo conto che è nazionalpopolare e dal sentimento facile. Me ne vergogno, però mi piace. Col tempo lo trovo banale, però, mi piace. Ma il film no, anche se ripensando all’ammiccante trailer confezionato dai distributori italiani, forse sono finito a vedere un film diverso.
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