La ragazza californiana è cresciuta. Puoi quasi toccare la densità del suo songwriting. Che è folk, che si lascia sottilmente sedurre dal blues, che pesca dai bauli e rosicchia i bordi delle fotografie ingiallite, cercando linfa nell'incedere da troubadour e facendosi un bell'infuso di radici inestricabili (appalachi, europee...). L'onda neanche troppo lunga del prewar folk l'ha trovata ricettiva sì, ma non passiva.
L'impressione è che si sia trovata bene con la calligrafia di una Joanna Newsom, ma solo perché complemento importante di un percorso narrativo che desidera esplorare un patrimonio più ampio, ovvero più diretto e terreno. Vedi infatti come la title track stemperi suggestioni da camera e cremosità country, vecchi merletti e front porch. Proprio così: da una parte una The Country Life che manda mollemente a braccetto Alela Diane con Lucinda Williams, dall'altra una Ghost Of A Horse che colleziona palpiti in una scenografia orchestral/cinematica. Con solennità, sì, ma senza mai perdere una franca tenerezza da folksinger indolenzita.
Non potrebbe essere altrimenti con quella voce da sorella morigerata di Cat Power. Comunque capace in Red Dress di spurgare inquietudine composita vagamente PJ Harvey mentre l'organo impazza in fregola crimsoniana. Un album che impone Emily Jane White tra le più importanti songwriter del momento.
(7.4/10)
Scheda: Emily Jane White
Pubblicazione: 07 Febbraio 2010
File under: folk rock
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