Ci avevamo visto giusto con Weber. Questo nuovo attesissimo disco infatti si incarica di traghettare la minimal techno mutante di Pantha Du Prince in un formato assai più gioioso e ammiccante, senza per questo abbandonare il proprio status di griffe di prestigio nel settore della dance hall intelligente. Uno scarto che si avverte all’istante, non foss’altro che per l’etichetta che distribuisce, una Rough Trade in grado di presentare il dj tedesco al di fuori del suo normale ambiente di riferimento. Ergo strizzatine d’occhio e pacche sulle spalle a profusione in un lavoro dal taglio denso e melodioso, che mette da parte tutto il rigore teutonico che faceva il senso di un disco come This Bliss.
Qui Weber arricchisce la tavolozza partendo da una serie di field recordings registrati mentre era in vancanza sulle alpi svizzere insieme ai fidati Joachim Schütz (Arnold Dreyblatt Trio) e Stephan Abry (Workshop) e infatti la quasi totalità dei brani parte proprio da questi suoni naturali remixati a rielaborati digitalmente. Da qui anche tutto il discorso teorico che Weber butta giù, a mo’ di concept album, sul “rumore nero” della natura, quell’indefinibile e impercettibile rumore che viene avvertito dagli animali prima di una tempesta.
A tutto questo aggiungiamoci i special guest stars, nelle persone di Tyler Pope (!!! e Lcd Soundsystem) e Noah Lennox (ovvero Panda Bear) che danno una mano rispettivamente su The Splendour e Stick To My Side e quello che otteniamo è Black Noise, un disco che sa unire vertiginosi giochi di chimes islandesi (Lay In A Shimmer) e vigorose linee di basso campionato (Abglanz); inedite aperture vocali (Stick To My Side) e nerissimi motorik techno modello Detroit (A Nomads Request, Behind The Stars) senza tralasciare ariose aperture da soundscape romantico (Welt Am Draht, Im Bann).
La carne al fuoco forse è anche troppa e dischi come questo che giocano la propria ragion d’essere proprio sul contaminarsi di continuo, corrono sempre il rischio di risultare alla fine inconcludenti, come un giochino fine a se stesso. In questo caso il pericolo è scongiurato perché il sound di Pantha Du Prince ne esce fuori a testa sufficientemente alta, ma Weber deve lavorare ancora a lungo per definire meglio i contorni di una formula così “user friendly”.
(7.3/10)
Scheda: Pantha Du Prince
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