Recensione spot
Cover image
Genere

psych-shoegaze-rock

Data di uscita

Gennaio 2010

Pubblicazione

30 Gennaio 2010

Brian Jonestown Massacre

Who Killed Sgt. Pepper?

A.

Anton Newcombe come non l’avete mai sentito. Oppure sì, se seguite le peripezie di quella che è l’ultima, vera, riottosa rockstar del mondo. Perché se lo seguite, come merita, sapete benissimo che è uno che non si culla sugli allori, anzi, quando ti aspetti il deja-vu ecco che lui sterza a 180° e parte per l’ennesima, sorprendente tangente.

Già chiedersi chi ha ucciso il sergente Pepper significa giocare con la Storia della musica, ma nell’album n. 11 (o abbiamo perso il conto?) Anton i conti li fa sul serio con la sua storia. Con la psichedelia – neo-sixties o acida e imbastardita, che sia – che da qualche lustro ne è segno caratteristico e che in un capolavoro come My Bloody Underground si faceva esplicito omaggio e palese manifestazione alle versioni/visioni più sporche e malate di quel suono. Ma anche con tutte quelle influenze sonore che finora erano rimaste a covare sotto la cenere.

Da un lato una evidente aggressività post-punk da agitatore sonoro quale è (l’omaggio-rendition di She’s Lost Control in This Is The One Thing We Did Not Want To Have Happen), che forse trova la sua ragione d’essere nella matrice europea dell’album: metà islandese, metà berlinese nella registrazione/composizione e pienamente europeo nella formazione (di rilievo in mezzo a uno stuolo di musicisti francesi, tedeschi, islandesi, l’ex Spacemen 3 e Spiritualized, Will Carruthers). Dall’altro, novità delle novità, una neanche tanto latente propensione per ritmi e sonorità nere: di matrice hip-hop old-skool, limitrofi alla house tribaloide, reminiscente di industrial mesh-up alla Kevin Martin (roba tipo The Bug e Techno-Animal, per capirsi).

Who Killed Sgt. Pepper? ipotizza un immaginario ponte tra ’60, ’80 e ’90 che frulla mantra e trip da ecstasy, scorie radioattive e wall of sound classicamente shoegaze in un collage meno estremo, sporco e riottoso rispetto al precedente ma plastico e sintetico. Come poteva suonare un gruppo psichedelico nell’Hacienda semi-house della Madchester dei bei tempi. Ipotesi e possibilità di nuovi percorsi in cui, alla maniera di un famoso album di Spacemen 3, emerge una grossa e lapalissiana verità: Mr. Anton Alfred Newcombe è grande e le droghe sono il suo profeta.

(7.3/10)

| Archivio
Stefano Pifferi
Stefano Pifferi (Album 2010)