Recensione spot
Miami/Death Party/The Las Vegas Story Gun Club
Cover image
roots-punk Voti redazione e staff

Gun Club

Miami/Death Party/The Las Vegas Story

Cooking Vinyl UK

Bookmark and Share Gallery

In modo paradossale, una band di “culto” come Gun Club s’è vista dedicare negli ultimi anni una nutrita serie di uscite tra ristampe, inediti e tributi. Stupisce sulle prime ma non ripensandoci, essendo la creatura di Jeffrey Lee Pierce costantemente in bilico tra gloria e disastro, tra affermazione e crollo e non si nutre di estremi il paradosso? Vincerà l’oscurità, infine, ma se Pierce lo davi per segnato a un’uscita di scena drammatica, altrettanto certo è che la musica - ciò che davvero conta e rimane - nella Storia ci sia entrata, che vi abbia definito panorami che solo i più distratti potrebbero bollare come marginali.

Passa dalle sue mani (e anche da quelle di Kid “Congo” Powers, qui) il testimone di una tradizione antica però maltrattata a nuova vita: c’è il blues nella sua vena più oscura e malata, odorante di whisky e voodoo, compagna di demoni che giocano a dadi e di gente che si vende l’anima, ammesso che ne abbia mai avuta una. In modo non dissimile dai Doors, altri bianchi che del “nero pece” conoscevano ogni risvolto e ne maneggiavano abilmente i meccanismi, i Gun Club filtrarono le dodici battute usando lo spirito dei loro tempi: l’inquietudine dei primi Ottanta americani, ereditata dal decennio precedente e palpabile ovunque e vieppiù in una California dove era passato il ciclone punk.

Che è il paletto piantato nel cuore delle radici e che serve da fertilizzante per la mala pianta dei Gun Club, tanto robusta che oggi vi si guarda con ammirazione e in cerca di esempi. Nello specifico, poiché altrove raccontiamo vicende e dischi, sappiate che a ognuna di queste riedizioni è allegato un secondo cd con un live (suono da bootleg di buon livello) che nulla aggiunge né toglie alla saga. Le illuminazioni essendo custodite nelle scalette originali, a partire da Miami, sulfureo secondo LP che da sempre si contende la palma di Capolavoro col predecessore Fire Of Love, rispetto al quale versa più country nel cocktail e sfoggia una voce più calda. Laddove Death Party fu mini album registrato a New York e focalizzazione di uno stile che inizia a essere classico. Sarà infine compito del maturo - ombre di jazz, bassifondi e decadenza nella città di illusioni di cui porta il nome - The Las Vegas Story ratificare a chiare lettere la Grandezza.

Da qui in poi “solo” dischi (alcuni buoni, altri passabili) e non più pezzi di vita per Pierce, ingoiato da un vortice di litigi e droga, alcool e cuori spezzati. Di lati sempre più oscuri che sostituiscono la realtà alla rappresentazione e così era sin dall’inizio. Perché è ed era blues. Dovendo dunque dare più un senso che un giudizio a questi dischi, non può essere meno di quanto leggete qui sotto. Riposa in pace, Ramblin’ Jeffrey.

(8.5/10)

Scheda: Gun Club

Pubblicazione: 15 Gennaio 2010

File under: roots-punk

| Archivio
Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Ristampe, Compile, Live 2009)

Rss
copertina pdf #91