Di Marco Rovelli bisognerebbe leggere prima di tutto i libri, tre negli ultimi anni (“Lager Italiani” e “Lavorare uccide” per Rizzoli; “Servi” per Feltrinelli), fondamentali nel loro lavoro di inchiesta e analisi biopolitica per capire la laida situazione italiana. E solo poi bisognerebbe accedere alla musica, che oltre a nascere direttamente dai libri ne fa da contraltare emozionale, mostrando l'ex Les Anarchistes per quello che è, ovvero non solo un cantautore e non solo un intellettuale, ma l'unione delle due cose insieme sul filo teso della scrittura. LibertAria corre deciso sui binari di un combat-rock muscoloso, che aggira i proclami inoltrandosi nella memoria e nell'attualità e che si nutre di letture e letteratura. Più Yo Yo Mundi (presenti come ospiti insieme, tra gli altri, a Daniele Sepe) che Modena City Ramblers, più Billy Bragg che Manu Chao, ma inspessiti in elettricità talvolta al limite noise primi Marlene Kuntz, e la collaborazione in fase di scrittura dei testi di Maurizio Maggiani, Wu Ming 2, Erri De Luca e Roberto Saviano.
Rovelli usa la voce con accento popolare, caricando di un senso ulteriore un songwriting che se ha un difetto è quello di una densità che rischia di travolgere per la quantità di riferimenti e per risultati non sempre del tutto a fuoco. Ma è appassionato, rigoroso, vitale. E scrive canzoni realmente di dissenso, che invece di provare a convincere inchiodano ognuno alle proprie responsabilità.
(6.3/10)
Scheda: Marco Rovelli
Pubblicazione: 15 Gennaio 2010
File under: combat-rock
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