Uno dei vantaggi della globalizzazione è vedere i colonizzati rivendere ai colonizzatori la stessa merce geneticamente modificata. Parlano chiaro in tal senso Tropicalismo, krautrock e la crema del rock giapponese, interpretazioni dove il linguaggio “importato” è punto di partenza e non d’arrivo. Impossibile dire lo stesso di altri luoghi in cui la dislocazione produsse fraintendimenti poco pregevoli (esempio il nostrano beat che slittò nel progressive senza una fase psichedelica) o allorché si rimase a metà del guado. Come in Perù, da dove pesca questa seconda doppia raccolta di pebbles periodo 1965-1975, dove regnava l’osservanza a consolidati stilemi surf e folk-rock, hard e psichedelici, garage e beat. Tra qualche autentica porcheria e soprattutto mere curiosità, ti senti come quei turisti ignoranti che nei paesi del terzo mondo si stupiscono della presenza di telefoni e autobus.
Mica è colpa nostra, però, se a Lima rifacevano - attraverso cover e autografe “copie carbone” - Jimi Hendrix, Iron Butterfly, Animals eccetera e in pochi adattavano le nuove sonorità giunte dai vicini Stati Uniti, approfittando della circolazione di stupefacenti e di una natura selvaggia favorevoli all’abbandono dionisiaco. Sull’esempio del mito locale Santana sbocciano percussioni nei Los Far Fen e fiati andini nei Texao; mentre i Los Jaguars piazzano Roky Erickson su una tavola da surf e i Los Holy’s c’aggiungono Joe Meek, Los Destellos firmano un inno alla marijuana in vesti di possente cumbia-rock. Qui il meglio, e nonostante copisti di buona levatura (i crudi El Opio, la tarda california dei Telegraph Ave., una Kela Gates assai divertente), la scaletta limitata su un solo cd ne avrebbe qualitativamente guadagnato.
(6.7/10)
Scheda: AA.VV.
Pubblicazione: 15 Gennaio 2010
File under: sixties rock
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