Cos'è il The Dark Side Of the Moon secondo i Flaming Lips? Pensiamoci. Pensiamo al disco originale dei Floyd, innanzitutto: archetipo sonoro, categoria mentale, alibi e cliché intergenerazionale, punto di convergenza e di fuga, falda patinata che raccoglie spinte convergenti e parallele psych, prog, blues, kraut, beat (e infine pop), cucinandole in un minestrone lucido, conciso, ad altissima definizione, l'alta definizione come dimensione unificante di un trip estetico, euforizzante, esorcizzante.
E' il prisma sì, ma al contrario, fasci di luce diversamente colorata che entrano interallacciandosi molecola dopo molecola dando vita ad un laser solido, pulito, inesorabile. Che dopo trentasei anni continua a trapassare teste e pianeti, lati chiari e scuri, in virtù di un esistere che non ammette troppe repliche. E' un disco che è. E' il disco che è. Su questo archetipo Coyne e compagni si gettano come spiritelli sulla zucca magica. Il timore reverenziale virato in una devozione impertinente, guida la loro calligrafia in un'opera di rilettura traditrice.
Una terapia invasiva, indagando a cuore aperto su una formidabile ossessione e su quanto e come riverberi attraversando le corde visionarie e psicotiche della band di Oklahoma. Il risultato è: un benedetto, febbrile, destabilizzante esercizio sonico. Reinvenzione. Stravaganza. Motorismi nipponici, groove brutali, vocoder svalvolati, chitarre erratiche, tastiere siderali. L'inscalfibile laser torna ad irradiare colori insalubri. Un regresso raggiante, umorale, isterico. All'origine della cosa. L'effetto è - non solo per chi abbia adorato ma anche per chiunque conosca il Dark Side (ma TUTTI lo conoscono, è questo il punto) - come una nutella messa a friggere sul fornello stermina-insetti. Un dolce sfrigolante sacrilegio.
Un'ultima cosa da dire: mentre ascolti ti viene automaico sovrapporre gli icastici arrangiamenti originali a questi che, nel loro brusco vitalismo, suonano come precari, in bilico su una ruspante indefinitezza, innescando una tenzone tra memoria e possibilità, sliding doors che si aprono, varchi spazio-tempo eccetera. Non stupirebbe che si tratti di un effetto voluto, visto che gli autori hanno nel palmares titoli come Zaireeka. Ultimissima cosa: al progetto (al sabba?) partecipano quei buontemponi di Peaches e Henry Rollins, rispettivamente voce gospel e reading terrorifico.
(7.8/10)
Scheda: Flaming Lips
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