Recensione spot
There Is Love In You Four Tet
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house-trance-minimalism Voti redazione e staff

Four Tet

There Is Love In You

Domino

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Esce con un mese di ritardo, il nuovo Four Tet. Perché gennaio 2010 vuol dire inizio del decennio, e non fine di quello precedente. È pur vero che la prospettiva è sempre rovesciabile, sicché si possa dire che There Is Love In You è invece in tempismo eccezionale, per inaugurare un decennio.

Dipende dai punti di vista, appunto. Noi possediamo quello degli ’00, che sono appena finiti e che hanno visto in Kieran Hebden, che piaccia o meno, un personaggio chiave. E non solo. Sono le tracce dell’album che ci danno indizi di qualcosa che è appena finito. È un’impressione ma anche qualcosa di più, visto che in Reversing e, andando a fondo scaletta, in She Just Like To Fight, abbiamo quei sentori o finanche quelle certezze che Hebden sta parlando con le proprie origini, con il post-rock dei suoi Fridge, momento aurorale della produzione del Nostro; e pure elemento di messa a distanza rispetto ai Novanta, oramai lontani più di due lustri.

E poi c’è tutta la club culture che aveva pervaso Ringer, e che a partire da quello che rimarrà uno degli EP più famosi degli ’00 aveva creato aspettative molto alte per l’album fourtettiano n° 5. Ci sono sì i club, ma in una forma riproducibile in camera, ancora una volta, senza che si possa però parlare di IDM. Kieran dice di aver rovesciato i suoi ascolti dal downtempo alla velocità; eppure in There Is Love In You c’è una sorta di trance diffusa, dinamiche percussive che sanciscono uno zoom out rispetto alla maniacale fedeltà alle pelli del Nostro e al contempo il solito lavoro certosino di rifinitura che ipnotizza, pur rimanendo sempre a disposizione per essere lo sfondo di altre attività. La Border Community di James Holden e il djing hanno fatto il loro mestiere, e ci riconsegnano la spugna Kieran in grado di fare musica da club che non metteremmo mai in un club, ma che non ci apre le meningi come l’IDM o post-tale. Si torna semmai a citare i minimalisti e a estrarre dal cilindro un termine ombrello che va in cortocircuito con tutti i discorsi fatti sul micro-macrocosmo Hebden-decennio ’00: classicità. Già il singolo Love Cry (qui contenuto) ci aveva messo dell’avviso. Per quanto detto finora, si ascolti come saggio Plastic People. Puntigliosità, house e ripetizione, se vogliamo tirare le fila. Ma forse che Four Tet ha mai fatto qualcosa di diverso, che tentare delle sintesi?

(7.2/10)

Scheda: Four Tet

Pubblicazione: 10 Gennaio 2010

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