E’ che alla fine sono un inguaribile romantico. Nonostante il gusto populista di alcuni melodrammi sentimentali del Bel Paese ogni tanto ci ricasco con il rischio di perdermi nella retorica del melenso e del banale. A dispetto di molti drammi da adolescenti brufolosi, qui non si sentono cccioè ed altre amenità lessicali, ed è ovviamente un bene. Non c’è nemmeno Stefano Accorsi che grida in maniera isterica, però non temete cuccioloni sta tornando anche lui nei panni in cui abbiamo potuto misurare a tutto schermo la circonferenza delle sue arterie giugulari.
Contrariamente alla recherche dello stereotipo, Dieci inverni indaga il rovescio della medaglia. I toni sono lontani milioni di inverni luce da quelli a cui ci hanno abituato le ultime produzioni italiane. L’esordio di Valerio Mieli, fresco di centro sperimentale, è ottimo e coraggioso. Ci ha creduto la Rai, ci ha creduto il centro di cinematografia moscovita, ci ha creduto la Bolero che lo sta distribuendo in Italia. A volte magari qualche scivolone gli è concesso sul terreno ghiacciato e impraticabile di un genere palustre come quello della commedia sentimentale. Ad aiutarlo una giovane coppia di attori, Isabella Ragonese e Michele Rondino, in grado di invecchiare di dieci anni in poco più di un’ora e mezza senza insostenibili quanto ridicoli ricorsi al parrucco. Non ci è dato di conoscere né un prima né un dopo. La nostra finestra ha un arco definito e il raggio visivo è chiuso sui due protagonisti e il loro mondo. Attorno gravitano personaggi satellite che a volte escono dal nostro spettro per poi ricomparire con una relazione finita male, una laurea o un prossimo matrimonio. Ed è tutto.
Dieci inverni è un film dolce e malinconico. Timido, quella timidezza garbata e un po’ ruffiana di chi rifiuta l’ennesimo pasticcino, ma che in cuor suo avrebbe voluto davvero assaporarne l’impasto. La storia tutta nebbie e solitudini di Silvestro e Camilla è ambientata in una Venezia isola e Canali, fotografata da Marco Onorato con la maestria che il DOP ha mostrato nella sua lunga collaborazione con Matteo Garrone in Gomorra (2008), Primo amore (2004) e L’imbalsamatore (2002). Senza molte soluzioni di continuità spazio temporali, così che Venezia sembra simile a Mosca, ed entrambe sembrano irreali; ogni anno sembra uguale a quello precedente e si proietta su quello che verrà. Minimo comune denominatore la giacca di Silvestro. Perché lei alla fine cambia e si cambia. Cambia acconciatura, finge di cambiare testa e cambia soprabito per nascondere sempre la solita insicurezza che solo lui – a discapito della sua faccia da schiaffi - alla fine riesce a dichiarare.
La storia di questa educazione sentimentale si concede senza malizie, procede come uno zibaldone di annotazioni che si proiettano in quadri in cui il mondo dei personaggi finge di cambiare, ma al massimo si limita ad oscillare tra uno dei due poli. Due protagonisti insolenti e allo stesso tempo deboli, che si rincorrono come lancette di orologi. Ovviamente tarati male, ma anche il mondo esterno sembra contare qualche inverno di troppo, del resto. Tempo dell’anima e stagioni della vita che picchiettano sullo stesso tasto, perché il giro completo e di ripresa è stato concesso forse solo a Kim Ki Duk e a Eric Rohmer.
Dieci inverni, e forse qualcosa dicevamo si perde, qualcosa si aggiunge nella conta. Poi la primavera, non solo metaforica, che li porterà ancora allineati allo zenit. Lui per la prima volta davvero cambiato, con la barba. Una corsa in senso antiorario attorno ad una chiesa, quello che dovrebbe essere forse l’obiettivo di coronamento di ogni storia che si rispetti, e si ritorna indietro, all’inizio, alla loro prima casa e alla loro prima notte. Con esito diverso, grazie a dio. Il walzer delle ritrosie, delle frustrazioni, delle relazioni tappabuco dura un decennio, e sul finale il sospetto crescente che la storia finisca in un nulla di fatto dall’amaro in bocca come in Come Eravamo (The Way We Were, Sidney Pollack, 1973). Una relazione stabile, una figlia, ma con la persona sbagliata, a riprova di questo inseguirsi alla mercé di un destino un po’ beffardo o forse solo preparatorio: Camilla e Silvestro, vicini come nella loro prima casta notte, ballano sulle note di Vinicio Capossela – che regala un prezioso e poetico cammeo interpretando la sua Parla Piano – ma mai così distanti. È la vita. Quando «Il tempo ha già giocato già scherzato non rimane che provar la verità».
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