E’ grazie all’ottimo The Least We Can Do Is To Wave To Each Other (1970), per qualcuno da considerarsi come il loro vero primo album, che i Van Der Graaf Generator iniziano a riscuotere un più che meritato successo. Però il combo è un calderone, i caratteri stridono, l’iperattività erode i rapporti, gli strumentisti vanno e vengono. Soprattutto, vanno: buon ultimo il bassista Keith Ellis, parzialmente sostituito da Nic Potter, che a sua volta si tratterrà appena il tempo di suonare in tre pezzi di H To He Who, Am The Only One. E’ l’album della maturità per i “generatori”, le sonorità veementi e preziose, le strutture espanse e ritorte su melodie intensissime: un miracolo di complessità e urgenza, amalgama ipertrofico che pure riesce a sembrare spontaneo, diretto, addirittura toccante.
Il lavoro di arrangiamento e produzione è imponente e calligrafico, e basterebbero a dimostrarlo i primi secondi di The Emperor In His War-Room: flauto, tastiere, basso e batteria compaiono sulla scena simultanei e vaporosi, un senso di leggerezza inafferrabile mentre la voce scolpisce il tema tra brume nichiliste e improvvise deflagrazioni d’acidità. Le canzoni sono percorsi, peripli, avvitamenti tra convulsi cambi di scena e pastose scenografie, con una febbre jazzy a pungolare quel senso d'epica spacey di marca King Crimson (e non a caso c'è Robert Fripp ospite proprio nel pezzo prima citato). Certo, l'imponenza dell'edificio sonico - cui l'organo di Banton è colonna portante, vedi quel che combina in Killer - sarebbe poco senza la scrittura di Hammill, memore di blues e intrisa di post-psichedelia, come quel canto a metà tra shouter black e hard-rocker tenorile, capace altresì di gestire tenerezze come nella stupenda House With No Door, cosmicamente pervasa di spleen e ugge pastorali (Jackson alle prese col flauto, con effetto quasi Traffic).
La conclusiva Pioneers Over C. alza definitivamente l'asticella decollando floydianamente e destrutturando errebì in stile pseudo-Faust, impastando piglio Spirit e misticismi beatlesiani, crimsoniani, canterburiani, in un processo che si dipana erratico e ubriacante attraversando oasi acustiche, assolo incandescenti, sinusoidi misteriose e insensatezze di piano. E pensare che tutto questo non sarà che antipasto del più celebre Pawn Hearts, licenziato solo pochi mesi dopo. Purtroppo anche apice di una carriera troppo breve.
(7.8/10)
Scheda: Van Der Graaf Generator
Pubblicazione: 02 Gennaio 2010
File under: prog jazz
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