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H To He Who, Am The Only One Van Der Graaf Generator
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prog jazz Voti redazione e staff

Van Der Graaf Generator

H To He Who, Am The Only One

Charisma Records

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Manchester, 1969: The Aerosol Grey Machine è il primo disco dei Van Der Graaf Generator dopo due anni di tormentate vicissitudini, tra beghe legali e continui cambi di formazione. Il suono prodotto da Peter Hammill (autore, cantante e polistrumentista), Hugh Banton (tastiere), Keith Ellis (basso) e Guy Evans (percussioni) intriga il pubblico e convince la critica (quest’ultima parlerà addirittura di “nuovi Beatles”). Tuttavia, manca ancora qualcosa, l’ingrediente decisivo: il sassofono elettrificato di David Jackson, una scheggia jazz veemente, generosa e anomala che renderà inconfondibile la calligrafia della band.

E’ grazie all’ottimo The Least We Can Do Is To Wave To Each Other (1970), per qualcuno da considerarsi come il loro vero primo album, che i Van Der Graaf Generator iniziano a riscuotere un più che meritato successo. Però il combo è un calderone, i caratteri stridono, l’iperattività erode i rapporti, gli strumentisti vanno e vengono. Soprattutto, vanno: buon ultimo il bassista Keith Ellis, parzialmente sostituito da Nic Potter, che a sua volta si tratterrà appena il tempo di suonare in tre pezzi di H To He Who, Am The Only One. E’ l’album della maturità per i “generatori”, le sonorità veementi e preziose, le strutture espanse e ritorte su melodie intensissime: un miracolo di complessità e urgenza, amalgama ipertrofico che pure riesce a sembrare spontaneo, diretto, addirittura toccante.

Il lavoro di arrangiamento e produzione è imponente e calligrafico, e basterebbero a dimostrarlo i primi secondi di The Emperor In His War-Room: flauto, tastiere, basso e batteria compaiono sulla scena simultanei e vaporosi, un senso di leggerezza inafferrabile mentre la voce scolpisce il tema tra brume nichiliste e improvvise deflagrazioni d’acidità. Le canzoni sono percorsi, peripli, avvitamenti tra convulsi cambi di scena e pastose scenografie, con una febbre jazzy a pungolare quel senso d'epica spacey di marca King Crimson (e non a caso c'è Robert Fripp ospite proprio nel pezzo prima citato). Certo, l'imponenza dell'edificio sonico - cui l'organo di Banton è colonna portante, vedi quel che combina in Killer - sarebbe poco senza la scrittura di Hammill, memore di blues e intrisa di post-psichedelia, come quel canto a metà tra shouter black e hard-rocker tenorile, capace altresì di gestire tenerezze come nella stupenda House With No Door, cosmicamente pervasa di spleen e ugge pastorali (Jackson alle prese col flauto, con effetto quasi Traffic).

La conclusiva Pioneers Over C. alza definitivamente l'asticella decollando floydianamente e destrutturando errebì in stile pseudo-Faust, impastando piglio Spirit e misticismi beatlesiani, crimsoniani, canterburiani, in un processo che si dipana erratico e ubriacante attraversando oasi acustiche, assolo incandescenti, sinusoidi misteriose e insensatezze di piano. E pensare che tutto questo non sarà che antipasto del più celebre Pawn Hearts, licenziato solo pochi mesi dopo. Purtroppo anche apice di una carriera troppo breve.

(7.8/10)

Pubblicazione: 02 Gennaio 2010

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Classic 1970)

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