Si č sognato chissą quale film, Sergio Altamura da Molfetta, e se lo č musicato. Disegnando cerchi eccentrici, concentrici, incrociati, il perno ficcato nella chitarra acustica (6 e 12 corde), suonata sia in purezza che in regime di marcata rielaborazione, l'archetto e gli effetti sintetici, le percussioni frenetiche sulla cassa armonica nel pullulare tribal-wave. Il tema, se ho ben capito, č il conflitto tra l'individuo senziente e lo spazio disumanizzante della metropoli, dove la natura residua č testimone muto e ultimo ricettacolo di speranza.
Le tentazioni ambientali rimandano a certe angosciosi e suggestivi trip Robert Fripp & Brian Eno, il languore mediterraneo alla potabile indolenza d'un Mauro Pagani, quell'ariositą da landscapes trasognati al Pat Metheny in vacanza dal jazz. Poi perņ ti convinci che questo disco - il secondo a suo nome - non potrebbe esistere senza il caracollare sperso dei Red House Painters e le digressioni ab libitum di tanto post-rock, per non dire della strisciante inquietudine contemporanea che puoi far discendere dalla post-wave Depeche Mode e far risalire persino ai Radiohead.
Bellissimo lo pseudo camerismo di Arkestra, suggestive le volute di Dragonfly e le battenti irrequietezze di Flipper Special. Disco deliziosamente inqualificabile.
(7.0/10)
Scheda: Sergio Altamura
Pubblicazione: 06 Gennaio 2010
File under: wave rock
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