In Sapphia (2000) e May (2002) – gli altri lavori che conosco dello scozzese Richard Youngs - si fa strada una linea estetica flagrante e rigorosa, epifania di piccole vivide intuizioni acustiche reiterate in loop estenuanti che, ignorando a bella posta gli steccati del formato-canzone, riescono a spremere il succo di un folk scabro e arcaico, pulsante e spettrale, pervaso di apnee guizzanti e torpore (es)agitato. Provate ad immaginare una The Needle And The Damage Done in versione ora sdrucita ora eterea, ora ipnotica ora febbrile, con un po’ di Scozia impressa negli occhi e piantata giù nel profondo del cuore. Con tutto ciò, l'emozione sembra troppo ancorata al progetto, a quella ricerca di unisono canto-chitarra, alla definizione di un linguaggio folk epidermico e arcaico, spirituale e impellente per decollare a dovere.
Rispetto a quelli, quest'ultimo Air Of The Ear segna un determinante passo in avanti, una scossa, il decollo. Pennellate di feedback che mangiucchiano l’anima, fraseggi abrasivi, elettroniche a friggere la polpa di melodie minimali, insomma sembra un Roy Harper spedito in orbita sulla Vostok, un bardo dei sixties chiuso nella nicchia del tempo tra pionieristiche inquietudini valvolari, ingenuamente evocative, prese ancora dal mistero del proprio innaturale manifestarsi. Pochi i titoli in programma per altrettanti granuli melodici da cui sbocciano acidissimi fiori di malanimo & visioni, come semi ancestrali scaraventati nello spazio buio delle anime irrisolte - novero a cui il buon Youngs con ogni probabilità appartiene. Frammenti folk sottoposti a vibratile trasfigurazione, dilatati in uno spasimo astratto, macerati tra sintesi druidiche e palpiti d’incubo, come quella Halifax Amore che sembra un balbettio acerbo di Kaukonen tra farraginose elettroniche vintage. Trattasi della traccia più breve del lotto, "appena" tre minuti e trenta, mentre a Life On The Stream e Fire Horse Rising ne occorrono più di cinque per far brillare l'impasto di feedback crepuscolari, incandescenze galattiche, arpeggi stringenti, organo lacerante, basso torrenziale e ring modulator ossessivi, mentre la voce saetta traslucida tra i flutti di un maelstrom ora vaporoso ora urticante, onirico, inafferrabile.
Quasi sette invece i minuti di Oh My Stars, quanto basta per trascinare i fantasmi di Neil Young alla corte dei Kraftwerk o - se preferite - l'agra impulsività dei Grateful Dead acustici tra le folli nevrastenie al banco del mixer del genio Barrett. È però con la fluviale Machaut's Dream (oltre il quarto d’ora) che l'estetica di Youngs coglie degna apoteosi, riuscendo ad imporsi ed imporci tredici minuti di scheletrica serialità (un breve giro armonico, un grumo di parole e melodia, riverberi a folate, l'ululato intrinseco del theremin) per poi di schianto spalancare le cateratte del cielo: feedback radenti, picchiate (di)storte, sirene in compulsivo ed etereo mulinare, come una tempesta immobile, o la manifestazione aerea dell'elettricità, rimestate in un pozzo di straziante malanimo moderno. Ruspante e ipermoderna, potremmo divertirci a pensarla come la versione cosmica della bassa fedeltà, dove l'esecuzione e l'ascolto sembrano far parte di uno stesso processo di ricerca: assediare una sola particella per volta per estrarne tutta la profondità, l'enigma, la bellezza, nell’angoscioso incanto di un gesto ancora umano.
(7.5/10)
Scheda: Richard Youngs
Pubblicazione: 01 Marzo 2003
File under: Folk
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