La caleidoscopica scena avant-rock napoletana passa imprescindibilmente per A Spirale. Uno dei progetti più longevi e ramificati torna con un album che è dimostrazione vivente (anzi, suonante) della splendida copertina. Un corpo ai raggi X in cui spiccano tre viti d’acciaio. Carne e ferro fusi assieme come un Tetsuo ripulito dell’ascesi unidimensionale di certe fisime japanoise e dove la carne è la strumentazione acustica (sax, chitarra, batteria) e il ferro l'elettronica (rumori, feedback, little things) che deturpa l'incompromissorio free-jazz(core).
A colpire è la verve post-punk con la quale il terzetto s'avvicina al jazz: di primo acchito potrebbero essere gli Zu ma gli A Spirale ne rappresentano una versione disidratata, improntata sull’improvvisazione e sulla sperimentazione (ascoltate la chitarra di Maurizio Argenziano).
Per capirci, la barbarous music di cardewiana memoria non è lontana: più che i pieni (l’assalto all’arma bianca di Black Crack e Naja Tripudians; la trance agonistica di Climbing Your Backbone, tutta scatti e spigoli) sono i vuoti a colpire: Suriciorbu (stasi sovrastata dalla tensione) e soprattutto Kaluli (la frammentazione del corpo sonoro).
Agaspastik è il miglior album del trio e l’ennesimo colpo ben assestato dalla Fratto9.
(7.0/10)
Scheda: A Spirale
Abbonati al feed di Stefano Pifferi