Gran casino quando arrivi per primo ma - i tempi non maturi eccetera - la grana finisce in tasca agli epigoni del decennio dopo. Sintetizzando brutalmente la storia dei Six Finger Satellite è questa e la buona notizia è che i lucidi folli del Rhode Island sono di nuovo tra noi con due dischi: uno Half Control "recuperato"; e il presente A Good Year For Hardness nuovo di zecca.
Raccolto attorno al nocciolo radioattivo di J. Ryan e Rick Pelletier, il progetto si arricchisce di una sezione ritmica giovane ma abile: mossa decisa che fa ulteriore tabula rasa di ciò che ruota attorno a musica ed estetica. Immutate ambedue ma anche no, attualissime - il paragone da farsi non è con pivelli tipo Rapture, semmai verso seguaci un tempo acuti: vedi alla voce Trans Am - al punto che i diretti interessati spiegano quanto le loro mutazioni siano sempre state graduali.
Ci piace starli a sentire perché un gancio che spedisca al tappeto è gradito, necessaria conseguenza di argomenti solidi e ottima forma. Sancite dal ricorso affatto scontato a movenze chitarristiche di scuola Gang Of Four, all’ossessione di muscoli più sarcasmo (uguale moog krauto e sei corde irruenti) e quel che sta nel mezzo. Dalla post-disco golosamente paranoica Don't Let Me (The Fall in sexy fogge Jon Spencer) ai rinvigoriti pronunciamenti circa la ”american way” (Wilson P., Swamp Wanda); da cingolati AOR secondo il vangelo Shellac (Midnight Rails, Half Life) a stordenti giostre (Broken Brain).
Piazzando in chiusura, con scelta di classe e perspicacia, le gemme assolute: il sixties garage in trasferta a Manchester Hearts And Rocks e i Joy Division a passeggio - indecisi tra colonna sonora o cosmico afflato - lungo il buio capolavoro Rise. Un riassunto che non vuole esser tale e perciò centra il bersaglio, lontanissimo da un’autocelebrazione impossibile in chi maneggia sapientemente l’ironia. Il dilemma, semmai, è che a questo mondo non esiste giustizia.
(7.4/10)
Scheda: Six Finger Satellite
Pubblicazione: 03 Dicembre 2009
File under: electro-rock
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