Recensione
La Superbe Benjamin Biolay
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canzone d'autore Voti redazione e staff

Benjamin Biolay

La Superbe

Naive

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Figliastro di Serge Gainsbourg, scapestrato sì ma mai come il padre putativo, Benjamin Biolay è il classico personaggio che farebbe bene a qualsiasi tradizione musicale ancorata sul fondale della propria classicità e in attesa di una spinta per tornare a galla. Dal 2001 ad oggi il cantautore francese ha prodotto, rinnovandone l'allure, i lavori di alcuni dei nomi bene del più ordinario songwriting d'oltralpe (Julien Clerc, Coralie Clement) e scritto canzoni per colonne portanti mai veramente usurate come Henri Salvador, Juliette Gréco, Francoise Hardy. Il tutto con un approccio teso a riprendere e riqualificare la mitologia pop del suo Paese lungo quegli canali transgenere che già furono del suo genitore artistico-spirituale.

La Superbe, sesto lavoro dal 2001 ad oggi, arriva quindi a fare i conti con l'oste per dimostrare una volta per tutte il valore di Benjamin, ed espone i capisaldi di un'estetica di certo derivativa ma ancora parecchio in salute, poiché racchiusa in un doppio disco-romanzo che è prima di tutto un inarrestabile florilegio creativo. La trama è quella una storia d'amore che inizia e finisce con conseguenti risvolti dolorosi, tossicodipendenza inclusa, da cui alla fine il protagonista tenta di rinascere: plot e toni rimangono intrisi di un'aurea maudit-metropoliana che a molti potrà sembrare un po' di maniera, tuttavia è nella quantità incredibile di influenze e cambi d'espressione che La Superbe dà il suo meglio. 
La track-list, sempre sopra la media, assesta metodicamente il colpo decisivo un attimo prima che affiori la noia; il songwriting brucia del fuoco di uno spirito senza regole che emerge tanto nei testi quanto nelle scelte sonore. E le canzoni vengono così costruite rubando a destra e a manca oggetti dalle forme e dai colori più vari per comporre sculture dall'impianto sempre riconoscibile ma decisamente multiforme sul piano evocativo ed emozionale.

Ecco dunque, accanto ad episodi tipicamente da chansonnier più o meno moderno (Sans viser personne, Ton héritage), la genesi di calligrafie dandy pop-rock tra Morrissey e David Bowie in Reviens Mon Amour e Prnons le large, gli ammorbidimenti jazz di spazzole-pianoforte-tromba nella splendida La toxicomanie, le cellule hip hop che fanno da appoggio a talkin' ballad mozzafiato come Brandt Rhapsodie (in duetto con Jeanne Cherhal), gli esercizi synth-pop spudoratamente anni ottanta con sottofondo di chitarrine funky e tanta voglia di fottersene di tutto di Assez parlé de moi. Addirittura ad un certo punto le chincaglierie andaluse di Lyon Presqu'Ile e l'imitazione Noir Desir tutt'altro che artificiosa di Tu es Mon Amour, ennesimi tasselli di un mondo sonoro che traccia dopo traccia pare rigenerarsi in soluzioni sempre inedite ma altrettanto in linea con le precedenti. Lo zenith gestativo di Benjamin Biolay si realizza in un disco importante per la canzone d'autore francese e definitivo per il suo titolare.

(7.5/10)

Scheda: Benjamin Biolay

Pubblicazione: 30 Novembre 2009

File under: canzone d'autore

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