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Stone Roses The Stone Roses
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The Stone Roses

Stone Roses

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Nulla accade per caso, nemmeno l’episodio più sensazionale. Nella musica, poi, men che meno. Eppure, l’opera prima degli Stone Roses fu salutata come la salvezza del rock. Un evento sensazionale. In realtà, messo da parte un clamore di stampo(a) per lo più britannico, Ian Brown, John Squire, Mani e Reni dalla loro ebbero il modo di imporsi senza inventare nulla. Tamponarono laddove necessario, ovvero nella crepa post Smiths-iana, capitalizzando in termini messianici lo zeitgeist dell’epoca.

Nella metà degli ’80, con la fine della new wave, dagli Stati Uniti alla Bretagna si propagò un ritorno al passato rimosso, ai tempi, dall’immaginario collettivo: i Byrds. Da un lato il Paisley Underground, dall’altro gli Smiths; e nel mentre, ancora dal Regno Unito, band a loro modo rapite dalla Quinta Dimensione come Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine muovevano i primi passi, seguite dalla cricca C86. Si era, dunque, in pieno revival sixties. Si respirava un’aria diversa. Tanto è vero che Londra, sospinta dall’avvento dell’ecstacy, intuendo nella club culture ibizenca una via traversa all’hippysmo d’antan, inaugurava la nuova estate dell’amore.

Nella grigia Manchester si provava altrettanto con l’Haçienda. C’era, però, uno spauracchio da fronteggiare, cioè il mal de vivre che da Ian Curtis arriva a Morrissey. Tuttavia, proprio nel locale di Tony Wilson fiorirono gli Happy Mondays, cinque reietti capaci di suonare come dei B.T. Express strafatti (di ecstacy, naturalmente) e punk. Prodromi di Madchester. I Roses ebbero pochi (ma rilevanti) contatti con tale crossover, visto che Squire elargiva jingle-jangle d’altri tempi e Brown esalava assunti da nuovo Dio in terra. Solo che alla pari di tanti coetanei, frequentando la nuova movida mancuniaia, ragionavano con l’intento di far festa: hippy fuori tempo massimo credibili e restaurati nel milieu in atto. Musicalmente, rimandando a Byrds (ops!) e Rolling Stones con qualche puntata nel folk, figurano tipo Smiths svampiti. Differisce l’urgenza.

She Bangs The Drums (le regole del futuro guitar pop), Made Of Stone (Stones e Byrds compressi in meno di cinque minuti), Elizabeth My Dear (breve pillola à la Simon & Garfunkel), I Wanna Be Adored (il proclama) sono i numeri di un debutto assai classico. Ma si cela, subdolo, del groove. Il bello infatti è nel finale: I Am The Resurrection (beh, mica un titolo qualunque…) chiosa d’un funk ossuto. Di quelle jam infinite. Come infatti, nel 1990, in formato singolo esce Fool's Gold: l’evoluzione della specie. Hendrix al Paradise Garage, in sintesi. Con Pills 'n' Thrills and Bellyaches dei Mondays, rock e dance in un colpo solo. Madchester, per i libri di storia.

Accadeva vent’anni fa. Oggi, celebrandone la ricorrenza, ci ritroviamo tre diverse ristampe di Stone Roses: Special (il debutto con in più Fool's Gold), Legacy (oltre al debutto, l’inedito Pearl Bastard, un cd intitolato The Lost Demos e un dvd live del 1989) e Collectors Edition (dionisiaco cofanetto di 3 vinili, 3 cd, un dvd, una penna Usb, un libro e sei disegni ad opera di Squire, l’artista del gruppo artefice dell’artwork originale).

Il successivo raduno di Spike Island, malamente gestito (c’era pure Frankie Knuckles), da intuizione vincente si rivelò un disastro. Second Coming ne fu la conseguenza. Ad ogni modo, in Stone Roses vi troverete la spocchia degli Oasis e le pose dei Blur. Il brit-pop come lo abbiamo conosciuto.

Passò da qui, la risurrezione.

(8.0/10)

Scheda: The Stone Roses

Pubblicazione: 12 Dicembre 2009

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Gianni Avella (Ristampe, Compile, Live 2009)

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